Teatro Colosseo – Torino 30 Novembre 2025
Assistere a LaPOCAlisse è stato come scendere in apnea nei nostri incubi più familiari, quelli che indossano i panni rassicuranti del presente. È un po’ come nuotare nelle fragilità del nostro tempo, facendo il bagno nelle manie quotidiane con quelle ironie urbane, sottili, che conosciamo fin troppo bene. Makkox dimostra – se ce ne fosse ancora bisogno – che oltre a disegnare sa maneggiare le parole con una precisione chirurgica, tagliente e insieme leggera, piena di invenzioni linguistiche e intuizioni fulminanti. E quando questi testi incontrano la presenza scenica di Valerio Aprea, con il suo modo di stare in scena spaesato e lucidissimo allo stesso tempo, nasce uno spettacolo che germoglia in sei monologhi duri e irresistibili.
LaPOCAlisse diventa una sorta di anatomia della nostra epoca: un’epoca che scivola, deraglia, si affloscia, e che noi osserviamo quasi impotenti, riuscendo appena a fotografarla o farci una risata sopra, come pedine di un gioco che non riusciamo davvero a comprendere. Aprea, che molti ricordano da Boris o da Propaganda Live, qui dimostra una versatilità forse ancora sottovalutata: passa dal grottesco al malinconico con la naturalezza di chi porta sul palco un’umanità fragile ma viva.
L’impressione generale è quella di un’autopsia eseguita su un corpo che respira ancora: la nostra società, nuda sul tavolo, senza anestesia. E forse per questo ridiamo così tanto, quasi fosse un atto di protezione contro la consapevolezza di essere incastrati nelle sabbie mobili del presente, in attesa che qualcosa – o qualcuno – venga a tirarci fuori. Il titolo stesso è una trappola linguistica: Apocalisse, ma anche “poca”, come a dire che sì, tutto crolla, però in fondo che vuoi che sia? Proprio questo è il nostro tempo: preferiamo trasformare i disastri in meme e battute, sentirci arguti, invece di affrontare la parte difficile, quella che richiede fatica e responsabilità. L’intelligenza la usiamo per il gioco di parole, non per affrontare il disastro.
I sei monologhi sono intervallati da immagini, musiche, fondali che cambiano tono e colore: Bruegel, Memling, Bowie, Van Halen… un flusso che lega parole spietate a immaginari visivi potentissimi. Aprea, con una presenza fisica minuta ma una padronanza assoluta della scena, riempie il palco vuoto con pause, silenzi, deviazioni, rendendoci partecipi del laboratorio della scrittura: la scelta delle parole, il dietro le quinte dei pensieri, quella corrente mentale che porta a una risata più profonda, quasi mentale.
Le storie sono caricaturali ma lucidissime: la nascita delle fake news attraverso il “Fantacitorio” (il loro neologismo finito nella Treccani), i sogni ferroviari tra Roma e Abruzzo, un incidente banale che diventa cartina di tornasole tra fede nella scienza e superstizione, un algoritmo che governa un mondo distorto, una chiave caduta in una grata, i guasti domestici che raccontano molto più di quello che sembra. E la platea non è mai solo spettatrice: Aprea la trascina in un gioco continuo, quasi un corpo a corpo.
LaPOCAlisse è un esperimento felicissimo, sospeso tra affabulazione e stand-up, un piccolo manuale di sopravvivenza nel caos contemporaneo. Una scrittura ampia, intelligente, che non perde mai la leggerezza, e che regala perfino qualche consiglio di vita senza pretendere di essere maestra: come l’idea che dovremmo parlare solo di ciò che conosciamo bene, e per il resto ascoltare; o la spiegazione del perché ci teniamo in casa piccoli guasti mai risolti, non per pigrizia ma perché ci siamo assuefatti al malfunzionamento e ci sembra quasi gratificante inventare soluzioni provvisorie che ci fanno sentire brillanti.
La verità, forse, è che ci stiamo raccontando una favola: l’apocalisse è già in corso, e noi, come l’orchestra del Titanic, continuiamo a ridere mentre tutto affonda.

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
