Febbraio 15, 2026
JULIES_HAIRCUT_SEL_COL_0011-scaled

Aveva promesso energia, voglia, e concerti lunghi “sperando che la gente non si annoi”, Luca Giovanardi – autore, chitarrista e voce coprotagonista dei Julie’s Haircut – durante l’intervista che ci ha concesso prima del live allo Spazio211 di Torino di ieri sera. Un tour di presentazione del nuovo, lungamente ponderato, e assolutamente intimo album “Radiance Opposition”, uscito lo scorso fine novembre, e subito diventato uno dei miei più piacevoli e ossessivi ascolti del nuovo anno. Luca è un uomo di parola, e in effetti il concerto è stato un prolungato viaggio nell’opera dei Julie’s, che ha esplorato un po’ tutti i diversi passaggi della quasi trentennale carriera del gruppo, ma che in effetti si è (giustamente, ndr) concentrato sul questo nuovo LP, un disco che rappresenta una nuova ‘frazione’ e, contemporaneamente, la coerente decima tappa della loro ‘vita artistica’ in studio, vissuta sempre nell’idea artistica che “non ha senso per noi ripetere sempre le medesime idee, il cambiamento e l’esplorazione ci hanno sempre accompagnato in tutti questi anni, erano la risposta ad una nostra esigenza”. Ci sono infatti dischi che arrivano come una risposta e altri che nascono come una domanda. In effetti Radiance Opposition, appartiene decisamente alla seconda categoria. Dopo sei anni dall’album precedente, la band emiliana è ritornata con un disco che non cerca di rassicurare, né di semplificare: è un lavoro che accetta la complessità del presente e la traduce in suono, tensione e stratificazione. Nell’intervista che accompagna l’uscita del disco, Luca Giovanardi non elude il peso del tempo trascorso. Quando l’intervistatore sottolinea che «in questi sei anni sono successe davvero tantissime cose, non sempre positive», la risposta è netta: «Decisamente». Ma subito dopo arriva una precisazione fondamentale:«Non siamo stati fermi. Dopo il disco del 2019 e alcuni concerti tra Inghilterra e Italia è arrivato il Covid. Ci siamo fermati, sì, ma per capire cosa stesse succedendo. Non solo alla nostra musica, ma al mondo». È una distinzione importante. Radiance Opposition non nasce dall’isolamento creativo, ma da una sospensione consapevole. Da un momento in cui l’urgenza non era produrre, ma osservare. Nel cuore del disco c’è una trasformazione interna che ha ridefinito il suono e l’identità della band. L’uscita della sassofonista Laura Agnusdei segna uno spartiacque. Giovanardi lo racconta senza retorica:«Per un periodo abbiamo pensato di rimanere noi cinque. Poi però ci siamo resi conto che, se volevamo fare qualcosa di nuovo, avevamo bisogno di un elemento che ci togliesse dalla nostra comfort zone». Seguendo il suo ragionamento, intercetto immediatamente il senso di questa affermazione:«Qualcuno che scatenasse frizioni positive». «Esatto», risponde Giovanardi, «non tanto a livello musicale, ma proprio a livello di dinamiche interne». È in questo spazio di frizione che entra Anna Bassy, splendida artista dalla voce multidimensionale che si muove tra il soul e il trip hop. Non una semplice voce aggiunta, ma un catalizzatore. «Quando abbiamo incontrato Anna», spiega Giovanardi, «tutto il lavoro che avevamo fatto negli anni precedenti, in maniera lenta e frammentaria, ha trovato finalmente una quadra».Alcuni brani, racconta, «risalgono addirittura al 2020», ma sono stati completati solo quando la nuova formazione ha trovato un equilibrio reale, non forzato. Il risultato è un disco che suona compatto pur nella sua varietà, consapevole della propria storia ma deciso a non ripetersi. Ciò che colpisce di più, in questo ambito, è la ricerca e l’esplorazione di luce e buio sia messa in campo come metodo, non come estetica. Ascoltando Radiance Opposition, emerge subito una dimensione crepuscolare. È qui giova formulare a Luca questa forte impressione:«L’ho trovato un album da imbrunire, più notturno che diurno. Ascoltato la sera mi ha restituito sensazioni diverse». Giovanardi non respinge questa lettura, ma la inserisce in un quadro più ampio:«Radiance è solo una metà del titolo. C’è anche l’opposition. Noi non ci sediamo mai a tavolino a decidere di cosa parlare: sono cose che emergono naturalmente. Però il tema del contrasto, dell’incontro e dello scontro tra opposti, è sempre stato nella nostra musica». Luce e buio, dunque, non come simboli rigidi, ma come forze in dialogo. Il disco non promette illuminazioni salvifiche, ma espone una tensione costante, quasi fisica. Come osserva l’intervistatore, «non è un album che ti lascia tranquillo, seduto in poltrona». È un lavoro che inquieta, che mette in movimento, che chiede attenzione.In un tempo in cui la musica è spesso consumata per frammenti, Radiance Opposition rivendica la forma-album come esperienza completa. «Per noi è ancora fondamentale riuscire a creare un percorso di ascolto», spiega Giovanardi. «Un disco che duri quaranta minuti, che abbia un inizio e una fine». E in effetti, già dal primissimo ascolto risulta chiaro come Radiance sia un album che va ascoltato tutto insieme, come un pezzo unico; e, non a caso, ieri sera abbiamo potuto verificare e confermare come anche la dimensione live segua la stessa filosofia. «Stiamo portando in giro uno show piuttosto ampio», racconta Giovanardi. «Una scelta forse strana, ma crediamo che l’alternanza di dinamiche permetta di sostenere una durata lunga senza annoiare». È una presa di posizione chiara contro la semplificazione e la velocità, un invito a restare dentro il suono: non a caso, il discorso, inevitabilmente, si allarga al presente. «Viviamo un periodo complesso, a livello politico e geopolitico», osservo passando la palla a Luca. «Vedi segnali di reazione?». Giovanardi non addolcisce la risposta: «Tutto quello che sta succedendo legittimerebbe qualsiasi tipo di pessimismo». Poi però introduce una prospettiva personale:«Ho due figli, e sono costretto a essere ottimista». Da qui nasce una riflessione che attraversa il disco in modo carsico. «Osservando i giovani», racconta, «vedo voglia di stare insieme, di impegnarsi, di riprendersi spazio. Mi ricordano molto quello che eravamo noi». Non è un’illusione ingenua, ma una speranza lucida, consapevole dei limiti e delle contraddizioni. Giunge alla fine il tempo di congedare Giovanardi, alla fine di una conversazione che definire una stimolante dissertazione a metà tra la musica (tantissima e bellissima), vita e realtà, è davvero riduttivo (e che, purtroppo, per ragioni di spazio non possiamo qui riportare integralmente, ndr). La chiusura dell’intervista arriva con una domanda semplice e radicale, quella con la quale amo chiudere quasi tutte le interviste che, per mio gusto, si sono rivelate essere la parte migliore della mia settimana (nonché uno dei motivi per il quale amo fare questo ‘lavoro’), presa dal film Almost Famous:«Luca, che cosa ti piace della musica?». La risposta di Giovanardi è disarmante nella sua essenzialità:«Tutto. È un’ossessione bella. È qualcosa a cui pensi ogni giorno». Ed è forse qui che Radiance Opposition trova il suo centro più autentico. Non un disco che vuole spiegare il mondo, ma un lavoro che nasce dall’urgenza di continuare a interrogarsi, di restare in tensione, di non smettere di cercare. Un album che conferma i Julie’s Haircut come una band capace di attraversare il tempo senza addomesticarlo, opponendosi alla parte più deteriore della realtà così come si dovrebbe, e irradiando- allo stesso tempo, come si può – quella parte di mondo sulla quale possiamo ancora cercare di influire, con la nostra luce interiore.

Articolo a cura diStefano Carsen

Lascia un commento

error: Questo contenuto è protetto!