Maggio 18, 2026
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C’è chi rincorre l’algoritmo e chi, invece, decide di rallentare. Il 13 febbraio 14498 pubblica Cercando il mio posto, un disco che va in direzione ostinata e contraria rispetto alle logiche dell’uscita facile e immediata. Niente piattaforme – almeno per ora – niente corsa allo streaming: il progetto, prodotto insieme a Dave Zeta, esce in vinile (100 copie per colore), ai concerti e su Telegram. Lo streaming arriverà a giugno, ma senza fretta.

Dodici tracce, un impianto rap/hip hop intimo e introspettivo, e una domanda che attraversa tutto il lavoro: dove si trova – ammesso che esista – il proprio posto?

Classe ’98, radici nella cultura hip hop e nella danza, 14498 porta avanti da cinque anni un percorso coerente, personale, lontano dalle scorciatoie. Cercando il mio posto è un disco dedicato “a chi cerca senza sapere cosa cercare”, e già in questa frase c’è la chiave di lettura di un progetto che non offre risposte, ma tiene aperte le domande.

Ne abbiamo parlato con lui partendo proprio da lì: dal titolo, dalla scelta controcorrente e da quella sensazione sospesa tra sogno e attraversamento che attraversa l’intero album.

Partiamo dal titolo: “Cercando il mio posto”. È una frase che ti accompagna da tempo o è emersa scrivendo il disco?

Credo sia una frase che torna un po’ nella vita di tutti, quindi anche nella mia. Si cresce, si finisce la scuola, si inizia l’università, magari si lavora nel frattempo, si coltivano passioni. Si cerca di far stare insieme tutto. A un certo punto ti chiedi: sto facendo del mio meglio, ma troverò mai il mio posto?

Non ho più 18 anni, ne ho 27. È normale iniziare a farsi domande più concrete sul futuro. Non so se troverò davvero il mio posto, ma so che sto cercando qualcosa.

Quando parli di “posto”, pensi a un luogo fisico, a uno spazio nella musica o a qualcosa di più interiore?

Sono entrambe le cose. Sono nato a Torino, ho vissuto dodici anni in provincia di Genova e poi sono tornato a Torino. Durante l’università sentivo che questa città mi apparteneva molto. Oggi non sono sicuro che sia il luogo in cui voglio restare per i prossimi sessant’anni.

Forse sto entrando in una fase in cui cerco una mia nicchia, uno spazio costruito sulla mia persona, sulle mie passioni e sulla mia direzione di vita.

Lo stesso vale per il lavoro: mi piacerebbe fare della musica una professione, ma è un ambiente senza certezze. “Cercando il mio posto” è quindi una ricerca fisica, professionale e personale: un posto dove sentirmi realizzato, accolto, compreso.

Hai definito il disco dedicato “a chi cerca senza sapere cosa cercare”. Tu, mentre scrivevi, sapevi cosa stavi cercando?

No, assolutamente. E infatti il disco si chiude senza una risposta. Concludo il viaggio senza aver trovato nulla di definitivo.

Parto da un’immagine quasi onirica e arrivo alla fine chiedendomi se sia stato tutto un sogno o un percorso reale. So di aver capito qualcosa, ma sono ancora in mezzo alla strada. Ci sono ancora prove da superare.

La dedica nasce dal fatto che spesso desideriamo un lavoro, una relazione, una casa, ma non sappiamo davvero cosa significhi arrivarci o restarci. A volte raggiungi un obiettivo e ti rendi conto che non era esattamente quello che volevi.

Per me, però, resta fondamentale cercare, darsi obiettivi e restare in movimento.

Nel brano “Che bisogno c’è” canti: “In un mondo che nuota controcorrente io affogo per avere una prospettiva diversa”. Ti senti uno che va controcorrente?

Da giovane mi capitava di scegliere l’opposto di ciò che sceglieva la massa solo perché era l’opposto. Ma non è una scelta sostenibile. Fare il bastian contrario per principio significa non seguire ciò che desideri tu, ma reagire a quello che fanno gli altri.

Oggi mi chiedo spesso se ciò che scrivo sia davvero mio o solo una posizione controcorrente. In questo disco sento che quello che dico mi rappresenta.

La frase significa che, piuttosto che andare contro per forza, preferisco fermarmi, anche “affogare” metaforicamente, per avere una prospettiva che sia davvero mia.

La scelta di pubblicare il disco solo in vinile, ai live e su Telegram può penalizzarti in termini di numeri e visibilità. È una presa di posizione contro il mercato?

Non direi. Non sono nella posizione di fare una dichiarazione contro il mercato: i miei numeri, tra vendite, biglietti e streaming, sono piccoli.

È una scelta legata alla mia visione. L’ultimo progetto in vinile è stato supportato molto e ho visto che le persone erano felici di sostenere un supporto fisico. Io sono cresciuto con i CD e credo che stampare un disco significhi crederci davvero.

Non ragiono in termini economici sul merchandising: per me è uno spazio da dare alla musica, non uno strumento per massimizzare il guadagno. Non scrivo per il risultato, scrivo perché sento di avere qualcosa da dire.

In “Che bisogno c’è” ti chiedi se il mondo abbia bisogno della tua musica. Qual è la risposta?

Non so se il mondo abbia bisogno della mia musica, ma so che io ne ho bisogno.

Se sento questo bisogno, la cosa migliore che posso fare è seguirlo, soprattutto se è qualcosa di positivo, che non fa male a me né agli altri.

Il messaggio del disco è questo: non una ricerca ossessiva che genera ansia, ma l’ascolto dei propri bisogni. Fare qualcosa che ti appaga. Sembra semplice, ma è difficilissimo.

Il live sarà un modo per trovare il tuo posto o per metterlo ancora più in discussione?

Probabilmente per metterlo in discussione. Ho suonato in contesti molto diversi: club piccoli, teatri, piazze, palchi grandi. Non so se esista uno spazio migliore in assoluto.

Le quattro date annunciate sono molto diverse tra loro e mi interessa proprio questo: vedere come il progetto reagisce a contesti differenti. Porterò quasi tutto il disco dal vivo, perché in assenza iniziale dello spazio digitale voglio un confronto diretto con il pubblico.

Se tra un anno ti chiedessi se hai trovato il tuo posto, cosa speri di rispondermi?

Spero di poterti dire di sì, ma credo che ti risponderei di no.

Perché chiudi un progetto e ne inizi un altro. Raggiungi un obiettivo e capisci che puoi andare ancora oltre. Non si finisce mai davvero di trovare il proprio posto. Ed è forse proprio questo il senso del viaggio.

Articolo a cura di Natalia Ameduri

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