Febbraio 15, 2026
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Bruce Springsteen non perde tempo quando sente il bisogno di prendere posizione. A inizio settimana il Boss ha pubblicato a sorpresa Streets of Minneapolis, un brano nato come reazione immediata agli eventi che hanno sconvolto la città del Minnesota: la morte di Renee Good e Alex Pretti durante un’operazione condotta dagli agenti dell’ICE, l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione.

La canzone è arrivata quasi senza preavviso, seguendo un processo creativo fulmineo che Springsteen stesso ha raccontato sui social: scritta in un giorno, registrata il giorno dopo e pubblicata subito, come gesto istintivo e politico insieme. Una ballata tesa, essenziale, che fotografa il clima di paura e frattura sociale e si schiera apertamente dalla parte delle comunità colpite.

Il messaggio, però, non è passato inosservato ai piani alti di Washington. A intervenire è stata la portavoce della Casa Bianca Abigail Johnson, che ha minimizzato il valore della canzone, definendola una presa di posizione marginale e accusando i media di concentrarsi su opinioni artistiche anziché – secondo la sua versione – sul mancato supporto delle amministrazioni democratiche locali alle operazioni federali contro l’immigrazione clandestina.

Parole che non sembrano scalfire l’intento di Springsteen. Nel presentare Streets of Minneapolis, l’artista ha parlato apertamente di “terrore di Stato”, dedicando il brano agli abitanti della città, ai vicini immigrati innocenti e alla memoria di Good e Pretti. Un gesto che si inserisce con coerenza in una carriera in cui la musica è spesso diventata strumento di denuncia, racconto e resistenza civile.

Ancora una volta, Springsteen dimostra di considerare il rock non solo intrattenimento, ma un linguaggio vivo, capace di reagire all’urgenza del presente. E se la politica risponde infastidita, significa forse che il colpo è andato a segno.

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