Nati a Pordenone dalle ceneri creative dei Prozac+, il progetto fondato da Gian Maria Accusani ed Elisabetta Imelio ha saputo costruire negli anni un immaginario inconfondibile: volti celati dietro i passamontagna, un suono che fonde l’urgenza del post-punk a melodie wave cristalline e un linguaggio che trasforma il dolore in canzoni dirette, senza filtri.
Dopo aver affrontato perdite profonde e rinascite punk, tornano oggi con il loro ottavo capitolo: “Dementia” (La Tempesta Dischi). Un album coraggioso che esplora quello che Accusani definisce un “viaggio nella non-mente”. Un disco sulla malattia che frammenta i ricordi, ma anche una riflessione sulla follia collettiva del nostro tempo.
Abbiamo parlato con Gian Maria Accusani che ci ha guidato attraverso i contrasti di questo nuovo lavoro: dalla “follia che ruba i sogni” alla necessità di imparare a ridere di nuovo.
Hai detto che Dementia nasce da un’esperienza personale, legata alla malattia, ma poi arriva a raccontare una follia collettiva. È giusto dire che nel vostro disco il demens è contemporaneamente il malato che non ha colpe e che subisce il mondo, ma anche il folle che ruba i sogni agli altri?
Sì, assolutamente. Poi c’è da capire se il folle che ruba i sogni agli altri sia consapevole di ciò che fa o meno. Potrebbe essere, a sua volta, un altro malato: è una cosa un po’ controversa. Di sicuro si tratta di de-mentia, cioè assenza di mente, perché la follia dell’uomo e si può considerare solo quella, no? Però c’è da capire: è una malattia mentale oppure è una cosa cosciente e quindi in qualche modo è ancora peggiore? Il disco tratta di entrambe le questioni e contiene un parallelismo tra le due cose. Parla quasi esclusivamente di questo.
Nei testi ritorna spesso l’idea di una mancanza: “non so cos’è che mi manca”, “non so più”, “immagina se”. La sensazione non è tanto la perdita, quanto l’impossibilità di dire cosa è stato perso. Scrivendo questo disco hai avuto l’impressione di avvicinarti a ciò che manca, o di confermare che alcune mancanze si imparano solo a portare?
Al di là del fatto che io nel disco non parlo direttamente solo di me, ma anche di cose che mi stanno vicine – e che quindi non vivo in prima persona – , diciamo che parlarne, sviluppare una questione e portarla un po’ alla collettività, in qualche modo riesce un po’ a riempire quei buchi. Quindi sì, direi che in parte è andata in quella direzione lì. Certo è che a volte si deve imparare anche ad accettare di provare una mancanza per qualcosa che neanche si conosce effettivamente. Io mi reputo molto fortunato perché sin da piccolo avevo ben chiaro cosa volessi fare da grande e, fortunatamente, l’ho fatto. Già questo ha riempito in maniera abbastanza esemplare quella mancanza. Ma facendo le cose capisci anche che alcune cose che ti sembrano mancare, probabilmente, non le avrai mai.
E scrivere questo disco è stato molto diverso rispetto a scrivere gli altri?
Tendenzialmente io scrivo sempre di argomenti che mi colpiscono in maniera forte e in questo caso è stato anche doloroso, perché affrontare la demenza, che è una malattia mentale a tutti gli effetti, è un percorso abbastanza importante. Diciamo che sono stato messo anche alla prova in maniera più forte di altre volte, ma, in realtà, mi è capitato spesso di parlare di argomentazioni abbastanza delicate e forti. È un modo di scrivere che comunque si assomiglia sempre, no? È anche il mio modo per alleggerire le mie questioni. In qualche modo parlo di queste cose che mi arrivano addosso, mi colpiscono in maniera pesante e scrivendole in qualche modo le alleggerisco dentro di me. Quindi è anche una sorta di guarigione.
In Ho perso i sogni dici che “Ridere non costa nulla”, eppure qui sembra costare moltissimo. È una frase che oggi ti sembra ancora vera o più retorica?
Beh, si impara a ridere quando usciamo da dalla pancia della mamma: una delle prime cose che si impara a fare è ridere, quindi, in realtà, quello non ha un costo. Il problema è, purtroppo, si può disimparare aa ridere. E in quel brano specifico si parla proprio di questo e di un bambino che alla fine non sa neanche più come si fa, per quanto capisca che sia una cosa che non costa nulla.
A tal proposito, la copertina disegnata da Davide Toffolo mostra un volto attraversato da una lacrima. È un’immagine in contrasto con l’idea di resistenza e di luce che il disco, alla fine, lascia intravedere. È una speranza che passa dal dolore, o una resistenza che non cancella mai la ferita?
È un po’ tutto questo. Quando fai un percorso del genere, il dolore ti arriva addosso e lo vedi addosso agli altri, specialmente alla persone che sono colpite da questa cosa in maniera diretta. Nello stesso tempo, però, il dolore è la prima fase di una sorta di guarigione: accettare il dolore e in qualche modo governarlo, è il primo modo per diminuirlo, per andare verso la strada della guarigione – sempre che certe cose possano essere guarite veramente. Ma anche solo mettersi su quella strada è già una piccola forma di guarigione. E vale sempre la pena provarci.
Il brano che dà il titolo al disco è strumentale e attraversa molte atmosfere diverse. In un album così carico di parole, perché affidare proprio a questo flusso senza testo la title track?
Dopo il viaggio che mi son fatto – e che sto ancora facendo – dentro questa malattia (è più lungo di quello che si pensa) ho voluto provare a riprodurre tutte le fasi altalenanti di questa brutta cosa che è la demenza. E spero di esserci riuscito, almeno in parte. Ho voluto raccontare quelle fasi attraverso la musica e senza il bisogno di esprimere le cose con le parole, cosa che comunque ho fatto in tante altre delle canzoni, come se fossero degli episodi dentro il disco: dal terrore alla confusione, alla felicità, anche il silenzio, la paura. Ho pensato che parlarne attraverso la musica potesse avere una forza ancora più forte delle parole, ma soprattutto mi è venuto spontaneo. Ogni volta che l’ascolto, mi emoziona e mi ricorda quelle fasi. Quindi almeno per me funziona. Spero che arrivi anche agli altri.
Sì, arriva. Anzi, ogni volta senti qualcosa di diverso.
Ecco, bene, mi fa molto piacere.
A proposito del vostro suono, invece, a mio parere resta molto identitario, un po’ come le vostre maschere, e diventa anche una forma di stabilità. In un album che invece racconta la demenza umana, è così che vivi oggi il suono di Sick Tamburo? Come un qualcosa di stabile e identitario?
Sì, credo di sì. Noi abbiamo avuto da subito un suono base molto preciso e l’abbiamo portato avanti sempre, pur mescolandolo con diverse cose che abbiamo incontrato e con cui ci siamo scontrati e che magari ci hanno colpito particolarmente. Però abbiamo semplicemente allargato questa linea base, che è il nostro suono così ben riconoscibile e quindi in qualche modo credo che sia proprio come dici tu. Credo che sia anche la cosa più giusta da fare per un gruppo, perché voler cambiare a tutti i costi lo spirito iniziale sarebbe sbagliato; avrebbe più senso cambiare gruppo, cambiare nome.
Avete appena cominciato questo tour di concerti ad ‘alta tensione emotiva’ – come li avete definiti. Com’è stato il primo l’impatto dei nuovi brani dal vivo? E che set dobbiamo aspettarci, più acustico, più post punk o altro?
Fino ad adesso abbiamo fatto un unico concerto con il disco nuovo e devo dire che è stata veramente una bella sorpresa, perché nonostante il disco sia uscito veramente pochi giorni fa – il 16 di gennaio –il 24 già tanta gente conosceva già le canzoni. È stata veramente una bella risposta. Poi comunque mescoliamo tutto con brani presi da tutti i nostri dischi, quindi si crea un bel mix di sonorità dei Sick Tamburo in maniera totale. Quando esci con un disco nuovo, specialmente i primi concerti sono sempre una scommessa, e invece è stato bello vedere che i brani erano già abbastanza dentro la gente. Veramente molto bello.
Articolo a cura di Emma Salone
Foto di Franco Zanussi

Fin da piccola appassionata di cantautorato e, forse per questo, per me un bel testo viene prima di tutto. La musica, in fondo, è la forma più naturale di catarsi.
