Il 24 ottobre, prima di salire sul palco per celebrare un anno di “Tuffo“, l’album che ha segnato una nuova tappa nel percorso musicale di Pugni, abbiamo avuto l’occasione di scambiare due chiacchiere con l’artista. Il suo live, carico di aspettative, è stato anche l’occasione per approfondire il legame tra la musica e le esperienze che hanno ispirato questo progetto. Ad aprire la serata è stata Martina Ravetta, la talentuosa artista che ha scaldato il pubblico con la sua presenza.
“Talento” è uscito il 10 ottobre in coincidenza con la giornata mondiale della salute. Questo non è casuale, sappiamo che la salute mentale è un tema che ti sta molto a cuore. Come nasce questa canzone? Come si inserisce nel tuo percorso musicale e personale? E se hai voluto usare la musica per sensibilizzare su un tema che in molti casi viene trattato con superficialità dalla società
È nata all’interno della clinica dove lavoro e da delle riflessioni che ho fatto dopo essere entrato in contatto con quelle persone che sono separate dalla nostra realtà, dalla nostra realtà civile che viviamo ogni giorno e che sono considerate, diciamo, “diversi” e incapaci di integrarsi nella società. Per fare la diagnosi di un disturbo mentale c’è bisogno che ci sia una compromissione significativa del funzionamento, la parola funzionamento mi ha veramente fatto scattare il trigger. Cioè, funzionare all’interno di una società. La società, quindi, è lo standard, e se tu non ti adatti a quello standard, tu ricevi una diagnosi. Però chi è che fa diagnosi alla società? Cioè, chi lo dice che la società è quella e quella deve essere? Non mi pare che sia una roba molto sana. Quindi in questa canzone cerco anche un po’ di ribaltare questo rapporto tra società e malattia mentale, no? malattia mentale ok ma è la società anche ad essere malata quindi qual è la storia qua?
Nel brano ribalti il concetto di malattia mentale criticando una società che sembra non riuscire a comprendere ma solo a amministrare la sofferenza dei suoi membri. Cosa ti ha spinto a riflettere su questo tema e a provare ad immaginare un altro modo di vedere le persone considerate “diverse”? Quanto è importante secondo te avere il coraggio di mettere in discussione la definizione di normalità imposta alla società? Che è quello che un po’ dicevi prima…
Sì, esatto. Ma allora io non ho chiaramente una soluzione. Sicuramente però, siccome il disagio chiaramente si muove su una dimensione da pochissimo a tantissimo e quindi tutti noi abbiamo un certo grado di disagio all’interno dei contesti che viviamo. Già sapere, noi individui, che è possibile mettere in dubbio il contesto, non solo noi stessi all’interno del contesto, ma anche il contesto in relazione a noi potrebbe farci bene. Già sapere che magari non è che siamo noi i matti e sbagliati, ma che magari è il contesto che viviamo ad essere sbagliati.
“Talento” è una produzione decisamente interessante, sonorità che vanno controcorrente rispetto alla digitalizzazione della musica. Hai lavorato con Danny Bronzini e Peppe Petrelli, come hai scelto di avvicinarti alla parte musicale di questo brano? che tipo di atmosfera volevi creare per accompagnare il messaggio che porta il testo?
Allora, in generale mi piace utilizzare il legno, cioè qualcosa che sia analogico il più possibile, quindi quanto meno digitale possibile, quanto meno ritoccato possibile. Proprio perché sto cercando l’autenticità in quello che sto facendo, quindi andare un po’ a togliere tutti i vari orpelli e le facilitazioni che la tecnologia chiaramente porta e che sicuramente permette di fare delle cose che non sarebbero possibili senza. Però mi piacerebbe, in un mondo musicale in cui è tutto artificiale, in cui chiunque può fare musica, in cui c’è l’intelligenza artificiale che ti permette di scrivere, cantare, fare, brigare, arrangiare, mi piacerebbe proprio fare l’opposto contrario, cioè quindi musicisti, gente che suona, che sa suonare, se non sai cantare non canti e se suoni si sente e quindi in un certo senso riportare tutto a una crudezza, un’autenticità, no? Per quello ti dico al legno, alla materia.
Cosa pensi delle difficoltà che molti giovani, soprattutto nella musica, affrontano nel provare a conformarsi, nel sentire il bisogno di adeguarsi ai modelli imposti?
Allora, guarda, ti cito uno spettacolo che ho rivisto ieri , “Contumelie” di Filippo Giardino in cui sostanzialmente lui dice che una società sana mantiene la distanza tra i miti e il popolo, la gente. Una società malata avvicina i miti, gli dèi, alla gente e gli fa credere di poterli, in un certo senso, emulare. È la piattaforma che più mangia il cervello in questo senso, si sentono tutti dei. Attraverso i social tu hai modo di far vedere uno spaccato della tua vita che chiaramente è il migliore e c’è un continuo confronto tra tu che sei sul divano sporco, puzzolente e disagiato e la tipa o il tipo che guardi su TikTok che invece è perfetto, performante, intelligente eccetera eccetera quindi questa cosa qui è sicuramente un confronto sociale malato perché è tutto sulla performance. E poi appunto anche i tuoi miti, ad esempio io che canto, no? Mi vedo 3500 reel di persone che cantano meglio di me. di gente bravissima, di gente che chiaramente lo fa di professione e che non potrò mai raggiungere, ok? Però l’avere sul telefono una cosa che mi fa vedere quotidianamente la loro vita, il loro stile di vita, il loro allenamento, eccetera, eccetera, mi fa percepire in realtà una vicinanza a loro, e quindi questo scarto è ancora più pesante.
Collabori, tra gli altri, con Willy Peyote, con cui condividi una visione anche critica della società. Qual è il rapporto con lui? In che modo le collaborazioni influenzano il tuo approccio alla musica? Cosa ti ha lasciato lavorare a fianco di artisti come lui e come queste collaborazioni si riflettono nel tuo percorso solista?
Allora, io e lui posso dire che siamo amici adesso. Io sono sempre stato un suo fan. Quando sono arrivato a Torino l’ho incontrato però non glielo ho mai detto. Perché in un certo senso ho percepito in lui la necessità di essere un essere umano, una persona, un dio della musica, una persona da mitizzare. Quindi, secondo me, questa cosa qui ha facilitato il nostro rapporto. E poi è andata che lui mi ha sentito a caso durante una jam session e mi ha chiamato a cantare. Non sapeva nemmeno che cantassi, forse. Lo sapeva, però non l’aveva mai sentito. E mi ha chiaramente condizionato tantissimo, perché ho fatto il tour con lui, quindi mi ha dato anche la possibilità di confrontarmi con un mondo iperprofessionale, che mi ha fatto rendere conto di come funziona veramente quel mondo. E poi perchè, lui ha molta più esperienza di me, quindi anche su determinate scelte che condivido con lui, perché lo prendo anche un po’ come un consigliere talvolta.
Negli ultimi anni molti artisti hanno lamentato la difficoltà di vivere esclusivamente di musica, specialmente in un contesto come quello italiano dove i tour e la vendita dei biglietti sono sempre più complicati. Vedi il casodi Anastasio, il cancellare le tappe… Tu come vivi questa situazione? Pensi che ci sia una soluzione? come è possibile smuovere le cose?
Allora, la mia più grande paura è che si continui a rendere la musica un giochino per ricchi. Se fai un’indagine di mercato ti rendi conto che la maggior parte degli artisti indipendenti che stanno emergenti sono ricchi di famiglia e che quindi non hanno avuto bisogno di lavorare, hanno avuto la possibilità di studiare in giro per le varie Berkeley o varie scuole all’estero, quindi anche sicuramente diventare più skillati da un punto di vista tecnico. Fare un disco costa tantissimi soldi, fare un disco in un certo modo. Comprarsi gli strumenti costa tantissimo, quindi sta sempre di più diventando una cosa elitaria, è un giochino per ricchi la musica. Quindi l’unico modo per farlo, almeno io ti parlo di me, è fare un altro lavoro. Però chiaramente questo ti stanca tantissimo, perché io lavoro tutto il giorno, e poi la sera arrivo dopo aver fatto otto ore e mi metto in studio, nello studio che lo sono fatto con le mie mani letteralmente, perché appunto le economie sono quello che sono. Quindi la mia più grande paura è questa, come smuovere le cose? Non lo so, probabilmente eliminando gli streaming.
Quindi tu pensi che gli streaming abbiano influito nel fatto che la gente non va più a vedere i concerti? O il caro prezzo dei biglietti, nonostante il proprietario di live nation dica che son bassi?
La gente non esce più tendenzialmente cioè la gente esce anche… Sono cambiati i principi, i valori cioè nel senso prima pagavi volentieri dei soldi se andavi a vedere fisicamente una persona. Prima pagavi volentieri un disco se poi lo tenevi in mano e la materia la potevi toccare. Ora è come se la realtà fosse stata totalmente digitalizzata ed è… si è perso totalmente il contatto con la realtà, capito? Quindi è quello il fatto.
Contarento, il successo di Tuffo, come vedi il futuro della tua musica? Sai nuovi progetti in cantiere oltre il tour? Cosa ci potremmo aspettare nei prossimi mesi?
Allora, io sto aspettando di mettere da parte dei soldi per fare il secondo album a proposito. Nel senso che io le canzoni ce ne ho un po’, per fare un altro album sicuramente anche qualcosa di più, però appunto costa. Quindi sto aspettando di mettere dei soldi da parte e sto pensando di vendere la macchina e vediamo di fare il secondo disco. Oppure si sveglia qualcuno della discografica.
Un’ultima domanda. Parlando appunto di industria musicale, tu pensi che l’artista abbia ancora un potere sulla propria carriera? A tuo parere l’artista, è più vittima o carnefice di se stesso?
Ma secondo me, sai, è difficile individuare degli agenti che possano da soli spostare l’equilibrio. Cioè, secondo me, la musica, come qualsiasi fatto, come qualsiasi elemento della nostra società, è un fatto collettivo. C’è la collettività che si è spostata su qualcosa di differente, capito? C’è quindi l’artista che si trova magari dopo anni e anni di investimenti in un sistema che sicuramente non condivide magari per come funziona, ma che gli permette finalmente dopo anni di camparci. E’ anche difficile una volta entrato dentro e dire, tutti affanculo, dobbiamo cambiare cose. E’ difficile, è difficile. Ci sono degli esempi di artisti che sono indipendenti e che stanno comunque sia facendo un grandissimo percorso si devono allineare degli astri comunque sia perché quelle cose succedono, serve una grandissima personalità sicuramente quindi speriamo, cioè non ti saprei dire cosa può fare il singolo artista sicuramente può provare a mettere in dubbio il sistema ma bisogna sempre vedere se ne vale la pena perché poi il rischio è che ti facciano semplicemente fuori, dato che c’è una moltitudine di proposta, un eccesso di proposta, il mercato è saturo, se comunque sia sempre rimpiazzabile da qualcun altro.
Articolo a cura di Angela Todaro
Photo Credit: Elisabetta Canavero





















Elisabetta Betta Canavero, unisco la passione per la musica, gli spettacoli e la fotografia, seguendo gli eventi più vicini e lontani, dando vita a racconti coadiuvati dall’obiettivo della macchina fotografica
