Luglio 14, 2026
Kim-Gordon-PLAY-ME-album-2026

A oltre settant’anni, Kim Gordon continua a sottrarsi con decisione a qualsiasi tentativo di monumentalizzazione. L’ex anima dei Sonic Youth rifiuta la comfort zone della legacy artistica e, con Play Me, rilancia invece una pratica di continua reinvenzione che ha poco a che vedere con la nostalgia e molto con la sopravvivenza creativa.

Più che un semplice album, Play Me si configura come una dissezione lucida e inquieta della condizione contemporanea: un lavoro che intercetta il cortocircuito psicologico generato dall’iperconnessione e dal consumo compulsivo di contenuti digitali. In questo senso, il disco sembra restituire una forma sonora al disorientamento da doomscrolling, trasformando l’ansia informativa in materia musicale.

La collaborazione con Justin Raisen — ormai centrale nella produzione recente di Gordon — si conferma decisiva. Il loro approccio privilegia una costruzione fluida e stratificata: campionamenti, drum machine e sintetizzatori analogici si intrecciano in un tessuto sonoro che abbandona definitivamente qualsiasi ortodossia rock. L’uso di strumenti come MPC e Roland 808/909 contribuisce a definire un’estetica che guarda tanto all’hip-hop quanto all’industrial, passando per suggestioni trip-hop e derive dub.

Brani come Black Out incarnano perfettamente questa tensione: strutture frammentate, bassi profondi e una distorsione pervasiva costruiscono un paesaggio sonoro claustrofobico, quasi distopico. La voce di Gordon, spesso più declamata che cantata, si muove tra spoken word e interferenza elettronica, diventando parte integrante dell’architettura sonora più che elemento narrativo tradizionale.

Il legame con The Collective è evidente, sia per continuità tematica che per affinità stilistica. ByeBye25, ad esempio, riprende e aggiorna materiali precedenti, inserendoli in un contesto politico e culturale ulteriormente deteriorato. Più che un seguito, Play Me appare come una variazione sullo stesso stato di allerta creativa, un’espansione coerente di un linguaggio già in mutazione.

Non mancano momenti di forte impatto: Post Empire e BYE BYE 25! accentuano la componente dissonante, mentre tracce come Square Jaw e Subcon dimostrano una sorprendente capacità di Gordon di confrontarsi con codici più vicini al rap contemporaneo, piegandoli a una grammatica personale e abrasiva.

Il disco ospita anche contributi esterni significativi. In Busy Bee, la presenza di Dave Grohl alla batteria viene quasi completamente destrutturata attraverso processing e manipolazione sonora, fino a diventare un elemento irriconoscibile, inglobato in un flusso di campionamenti che dialogano con il passato — inclusi richiami alle Free Kitten — senza mai indulgere nella citazione nostalgica.

Dal punto di vista tematico, Play Me affonda nelle contraddizioni del presente: il potere delle élite tecnologiche, l’erosione dei processi democratici, l’impatto pervasivo dell’intelligenza artificiale e l’omologazione culturale. Il linguaggio si fa frammentario, fatto di slogan, parole isolate, schegge semantiche che riflettono un pensiero sotto pressione. Più che raccontare, Gordon lancia segnali, costruisce cortocircuiti.

Eppure, in questo flusso teso e spigoloso, emergono anche momenti di apertura. Girl With A Look e Not Today introducono una dimensione più melodica, quasi intima, in cui la voce recupera un registro emotivo più diretto e la chitarra torna a dialogare con l’elettronica, offrendo una pausa significativa all’interno della densità del disco.

Compatto, nervoso e fortemente concettuale, Play Me evita deliberatamente il colpo immediato, preferendo una coerenza interna che premia l’ascolto attento. Non è un lavoro accomodante, né intende esserlo: è piuttosto la conferma che l’attitudine sperimentale, quando resta autentica, può ancora produrre forme vitali e disturbanti, indipendentemente dall’età o dal peso della storia.

Articolo a cura di Angela Todaro

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