Nove musicisti, un lago, dieci anni di amicizia. Gli Afroquiesa vengono da Quiesa, frazione di poche anime nel comune di Massarosa, tra Lucca e il lago di Massaciuccoli. Dopo sette anni dal debutto, hanno pubblicato C’è sempre tempo per l’amore, secondo album che porta avanti la loro ricerca tra afrobeat, fusion e ironia toscana. Ne abbiamo parlato con Andrea Baroni, tastierista del collettivo.
Quiesa è una frazione di Massarosa con poche centinaia di abitanti. Cosa significa nascere musicalmente in un posto così piccolo, e perché avete scelto di portarlo nel nome invece di identificarvi con Pisa o Viareggio?
Io sono uno dei membri del collettivo che non è di Quiesa, poiché vivo in un paese vicino. Il progetto è nato da Emanuele, chitarrista, e Tommaso, batterista degli Afroquiesa, che vivono effettivamente lì. Hanno iniziato a suonare insieme anni fa. Emanuele ha iniziato il conservatorio a Lucca, lì dove ci siamo conosciuti un po’ tutti. Così è partito il progetto, rimasto grossomodo invariato fino a questi giorni. Per questo il nome è stato scelto sia per collegarsi alle radici da cui è partito tutto, sia perché le influenze che abbiamo sono innanzitutto quelle del bosco, della natura che circonda Quiesa. Siamo vicinissimi all’oasi di Massaciuccoli; ambienti popolati da animali di ogni tipo, che poi abbiamo usato nei ritratti realizzati dal fratello di Emanuele. Ruota tutto intorno a questa estetica.Crescere in questi luoghi è stato molto bello. Siamo un gruppo che, prima di ogni altra cosa, è un gruppo di amici, che prova in posti isolati e non in grandi città. Abbiamo sempre suonato per noi stessi, perché ci piaceva, più che per il riscontro dell’esterno – visto che l’esterno non c’è. Tanti ragazzi del gruppo hanno avuto esperienze nelle bande, quindi sono abituati a quel senso di appartenenza che cresce in progetti così grandi.
Sette anni tra il primo e il secondo album, ma nel frattempo tanti concerti e una versione rimescolata del primo album. Cosa vi ha dato il palco che lo studio non poteva darvi?
La nostra cifra stilistica principale è proprio il desiderio di fare dal vivo qualcosa di inedito. In zona ci sono gruppi che sono stati simili a noi, influenzandoci in parte. Siamo nati per fare afrobeat anche noi, punto. Questo si vede chiaramente nel secondo disco, lontano dai pezzi di origine. Abbiamo avuto un’evoluzione importante dell’idea originale, pur legata all’idea di suonare assieme. Io sono entrato nel gruppo dopo, cioè cinque anni fa, ma so che il progetto è nato anche per partecipare a un piccolo concorso di una sagra di paese.
A che punto avete capito che era il momento giusto per tornare a registrare?
Abbiamo avuto un percorso particolare: siamo un gruppo lento, che fa le cose con calma e solo quando le vuole davvero fare. Siamo tutti molto impegnati, ecco, e fare un pezzo per nove elementi non è un’operazione semplice. Abbiamo costruito un repertorio nel tempo, tant’è che i pezzi mostrano fasi differenti della nostra vita. Pubblicato il primo disco, abbiamo poi nel tempo scritto e suonato dal vivo i pezzi. A un certo punto li abbiamo ripubblicati come aggiornamento, e poi abbiamo raccolto il materiale per il secondo disco.
Il primo disco, nella sua versione rimescolata è uscito per Blue Mama Records via Sony, questo C’è sempre tempo per l’amore è autoprodotto. È stata una scelta di indipendenza o una necessità? Cosa cambia nel processo creativo quando non c’è un’etichetta dietro?
Il primo disco era stato pubblicato inizialmente in una versione primitiva. Dopo alcuni anni abbiamo capito che non ci piaceva più come suonava e per questo l’abbiamo remixata, aggiungendo le mie tastiere e dialogando con Blue Mama per pubblicarla. Ci sembrava il pretesto per suonare in giro, cosa che poi non è neanche accaduta molto. Forti dell’esperienza indipendente del primo disco, nel senso di processo creativo, per il secondo abbiamo fatto la stessa cosa anche per la pubblicazione. Non ci siamo dedicati al resto: il mondo social ci appartiene poco, perciò la promozione non è il nostro forte.
Essere in nove significa gestire nove vite, nove agende, nove visioni. Come funziona la scrittura? C’è una gerarchia creativa o tutto passa per una discussione collettiva?
Fino ad oggi i brani che suoniamo sono stati scritti da Emanuele Volpi, in gran parte, e dal nostro batterista Tommaso. Loro abbozzano delle tracce, che poi presentano a tutti gli altri per poterle arrangiare e suonare assieme. La struttura principale è opera di una mente sola, anche perché altrimenti sarebbe molto difficile unire nove persone, ma in nove li rifiniamo e completiamo. Ognuno ci aggiunge qualcosa.
Suonate un linguaggio, quello dell’afrobeat, che arriva da Lagos, dall’Africa, e arriva al resto del Mondo, ma lo fate partendo dal lago di Massaciuccoli. Come convivono queste geografie nella vostra musica? C’è qualcosa di specificamente toscano nel vostro suono?
Per me non è facilissimo inquadrare quel che facciamo. Le radici sono afrobeat, è sicuro, mapoi il suono che abbiamo sviluppato si è ispirato molto ad altri suoni. Ad esempio ai Calibro 35 e alla loro musica poliziesca, agli Snarky Puppy, agli australiani King Gizzard and the Wizard Lizard con la loro incredibile musica microtonale. Ci sono tante cose, ecco, anche sesiamo partiti dall’afrobeat. Il primo disco ha maggiormente le radici lì. Siamo stati coinvolti alcuni anni fa nella presentazione del film su Fela Kuti col figlio Seun – bellissima esperienza. Brani più recenti sono più influenzati da suoni elettronici e fusion, secondo me. Ogni quadro è una sorta di quadro con vita propria e nessun brano è stato scritto con l’idea “da qui ci facciamo un disco”. I brani li facciamo perché van fatti. Dentro ci convivono Paesi diversi.
Come dicevi, avete condiviso la presentazione del film su Fela Kuti con il figlio Seun. Com’è nata la collaborazione? Cosa significa confrontarsi con chi porta avanti un’eredità così pesante?
Siamo stati coinvolti da un collettivo toscano che ci conosceva, avendoci sentito in alcuni concerti a Pisa. Quando Seun è venuto in Italia per presentare il documentario, siamo stati chiamati per la data volterrana del tour di proiezioni. Quella sera c’è stata la proiezione del film, poi una chiacchierata con Seun e infine il nostro concerto. Essere a contatto con un’artista di quel calibro ci ha messo molta soggezione, ma in realtà lui è stato molto carino con noi. Ha apprezzato la nostra musica. Si è rivelata un’esperienza davvero naturale.
“C’è sempre tempo per l’amore” suona quasi come un manifesto. Mi ha fatto anche pensare alla vostra lentezza creativa, appunto, che non ha intaccato i rapporti tra voi. Sembra esserci davvero sempre tempo per l’amore negli Afroquiesa. Da dove viene e cosa rappresenta per voi dopo dieci anni insieme?
In realtà il titolo viene da un sondaggio che abbiamo fatto (ride, ndr). Scherzi a parte, il senso del progetto sta davvero lì nel titolo. Avere sempre tempo per l’amore per noi identifica il rapporto di amicizia, che precede il fatto di essere un collettivo. Sono dieci anni che ci conosciamo e che siamo amici: quando non suoniamo mangiamo assieme, condividendo momenti slegati dalla musica. Questa cosa cerchiamo di portarla sui dischi e, soprattutto, nell’esperienza dal vivo, che cerchiamo di rendere innanzitutto dei momenti divertenti per noi. Il soundcheck è bello, suonare è bello, e andare a mangiare qualcosa assieme dopo lo è ancor di più.
“Ma perché non mi lasci in pace?”, “Soda caustica”, “S’era detto senza moccoli” – c’è un’ironia molto italiana nei vostri titoli, che mi richiama ancora la dimensione gioiosa del vostro progetto. Quanto conta l’umorismo nella vostra identità?
Tantissimo. Non ci prendiamo mai sul serio e suonare insieme è divertente, come dimostrano le nostre foto su Instagram. Siamo in un meme continuo. Emanuele, il nostro chitarrista, suona nel gruppo-meme di Dario Moccia, a riprova dei nostri caratteri. Io da tastierista mi ispiro tanto a quel che fanno gli Elio e le Storie Tese. L’umorismo conta.
Non avete mai usato le parole nei brani in studio. È una limitazione che vi siete imposti o una libertà che vi siete presi? Avete mai avuto la tentazione di inserire una voce?
Nella festa del decennale del gruppo abbiamo avuto una cantante con noi per un paio di pezzi, mentre nei live ogni tanto facciamo una cover con traccia vocale. La voce c’è ogni tanto, ma non ha mai un ruolo centrale e non abbiamo la necessità di avere una linea vocale costante. Ci basta esprimerci senza l’uso della parola, per ora.
Siamo nel periodo delle liste di fine anno e dei wrapped. Quali sono stati i tuoi ascolti preferiti nel 2025?
Mi sono riavvicinato al cantautorato italiano quest’anno. Tantissimo Lucio Battisti, secondo il mio Wrapped. Molto jazz, anche, come il gruppo pisano dei Gatti Mézzi, in cui uno dei membri è l’insegnante di fischio del conservatorio. Anche Michael Jackson, ecco.
Nei prossimi mesi che programmi avrete?
Abbiamo qualche data in programma per dicembre e per il 2026, soprattutto a Pisa, ma vorremmo organizzare qualche data anche fuori dalla Toscana. Stiamo provando su Roma, Milano, anche Viareggio. Non è facile trovare un posto in cui far entrare nove musicisti.
Alziamo un po’ lo sguardo: avete festeggiato i primi dieci anni con questo disco. Cosa volete che succeda nei prossimi dieci?
Secondo me un gruppo così potrebbe esistere per sempre. Suoniamo come terapia personale: sono momenti per stare assieme, e la scrittura e pubblicazione dei brani diventa un po’ collaterale, magari sempre più difficile per le difficoltà di ritrovarsi in nove. Il punto è che io ho bisogno di stare con gli altri: fa stare meglio. Nel lungo periodo cercheremo di andare avanti con la solita calma, continuando a suonare assieme e magari cose diverse, sperimentando. Ah, dimenticavo di citare un’esperienza importante che stiamo vivendo! Da tre anni suoniamo ad ArnoVivo, palco che fa parte della rassegna di Pisa Jazz. Ci ritroviamo puntualmente a suonare con pilastri del jazz, persone che ci hanno formato e per cui apriamo i concerti. Bellissima esperienza. Speriamo continui nel prossimo anno.
Articolo a cura di Michele Cornacchia
(Foto di Ginevra Petroni)
