Settembre 7, 2026
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Il 18 settembre arriva cicale, il nuovo album di inediti di Malika Ayane. Cinque anni dopo l’ultimo disco, l’artista torna con un lavoro che parla di tempo, desiderio e trasformazione. Un ritorno che non ha il sapore della nostalgia, ma quello preciso e vitale di una nuova stagione.

Ci sono artisti che tornano. E poi ci sono quelli che, quando tornano, sembrano aver semplicemente aspettato il momento giusto per ricominciare.

Malika Ayane appartiene alla seconda categoria.

Il 18 settembre esce cicale, il nuovo album di inediti. Un disco che arriva dopo cinque anni dall’ultimo progetto discografico e che più che un semplice ritorno sembra una riapparizione: una nuova stagione dopo un tempo necessario a fermarsi, ascoltare, osservare e poi tornare alla luce.

Non è un caso che il titolo sia cicale.

La cicala è il suono dell’estate, quello che riempie l’aria e sembra raccontare una leggerezza senza pensieri. Ma dietro quel canto c’è una storia completamente diversa: anni trascorsi sottoterra prima di emergere, cambiare forma, conquistare la superficie e cominciare finalmente a cantare.

Una lunga attesa concentrata in una stagione. È una metafora perfetta per Malika Ayane.

Perché il nuovo album arriva dopo un intervallo importante, ma soprattutto perché porta con sé l’idea di una trasformazione. Sotto l’eleganza, sotto la voce, sotto le melodie, c’è una scrittura che osserva il tempo che passa e prova a capire cosa farsene.

Il primo assaggio del disco è detto tra noi, brano disponibile dal 4 settembre e nato dall’incontro con Andrea Bonomo e Pacifico. Una canzone che mette insieme il mare d’inverno, le luci dell’alba, le paillettes dopo una notte fuori e quella domanda che arriva puntuale quando qualcosa sta per cominciare: cosa succederà dopo?

È una canzone sul futuro, ma senza l’ossessione di conoscerlo.

Ed è forse proprio questa la cifra di cicale: la capacità di trasformare l’incertezza in materia musicale, di accettare che alcune domande non abbiano bisogno di una risposta immediata. Malika Ayane non sembra cercare una nuova identità. Sembra piuttosto volerla attraversare.

La sua voce, del resto, non ha mai avuto bisogno di alzare il volume per farsi ascoltare. È una voce che suggerisce, che lascia spazio ai silenzi, che costruisce immagini. Una voce capace di rendere cinematografico anche un dettaglio apparentemente ordinario.

Con cicale questa attitudine sembra trovare una nuova direzione.

Il percorso che conduce all’album passa anche da Animali notturni, il brano con cui Malika è tornata sul palco del Festival di Sanremo nel 2026 dopo cinque anni di assenza, e da Una possibilità, scritto insieme a Pacifico e Paolo Antonacci e prodotto da Davide Simonetta.

Due titoli che, già da soli, sembrano disegnare una mappa: la notte e la possibilità, il buio e ciò che può ancora accadere. In mezzo c’è il tempo.

Ed è proprio il tempo il vero protagonista di cicale.

Il tempo che passa e quello che rimane. Il tempo delle attese, delle partenze, delle relazioni che cambiano. Il tempo necessario per capire che non tutto deve essere immediatamente consumato, spiegato, trasformato in un risultato.

In un’epoca musicale dominata dalla velocità, Malika Ayane sceglie la durata.

Cinque anni per tornare con un album.

E poi una stagione intera per lasciarlo arrivare alle persone.

Cicale non sembra quindi voler celebrare soltanto il ritorno alla musica. È anche una dichiarazione di libertà: la libertà di aspettare, di cambiare direzione, di lasciare che una canzone maturi prima di consegnarla al pubblico.

Poi ci sarà il palco.

Da novembre Malika Ayane porterà cicale nei teatri italiani, trasformando le canzoni del nuovo album in uno spettacolo destinato a incontrare dal vivo il pubblico. E sarà forse proprio lì che la metafora del titolo troverà la sua forma definitiva.

La cicala emerge dalla terra, attraversa una stagione breve e canta.

Malika Ayane emerge da cinque anni di attesa discografica e torna a cantare.

Ma questa volta il suo canto non sembra voler raccontare soltanto l’estate.

Racconta tutto quello che è successo prima.

E, soprattutto, lascia aperta la domanda più interessante:

che cosa succederà dopo?

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