Settembre 7, 2026
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Quasi trent’anni dopo gli spari che uccisero Tupac Shakur, uno dei grandi misteri irrisolti della storia dell’hip hop americano ha finalmente un verdetto. Duane “Keffe D” Davis, 63 anni, ex figura di spicco della gang South Side Compton Crips, è stato riconosciuto colpevole dalla giuria della contea di Clark, in Nevada, per il suo ruolo nell’omicidio del rapper.

Tupac aveva 25 anni quando, la notte del 7 settembre 1996, fu colpito da diversi proiettili mentre viaggiava su una BMW insieme a Marion “Suge” Knight, fondatore della Death Row Records. Gli spari partirono da una Cadillac bianca. Sei giorni dopo, il 13 settembre, Shakur morì per le ferite riportate.

Da allora, quell’omicidio è diventato molto più di un caso di cronaca. È entrato nella mitologia dell’hip hop, in un’epoca segnata dalla rivalità tra East Coast e West Coast, dalle tensioni tra gang e dalla guerra simbolica che contrapponeva alcuni dei nomi più importanti del rap americano.

Ora, per la prima volta, c’è una condanna.

Dopo circa tre ore di deliberazioni, i giurati hanno dichiarato Davis colpevole di omicidio di primo grado con arma letale, al termine di un processo durato undici giorni. La sentenza è prevista per il 13 ottobre. Davis rischia l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale e ha già annunciato l’intenzione di presentare appello.

La rappresaglia

Secondo la ricostruzione dell’accusa, Davis non sarebbe stato l’uomo che materialmente sparò a Tupac. Il suo ruolo sarebbe stato però quello di organizzare la spedizione punitiva.

Poche ore prima dell’agguato, Tupac e alcuni membri del suo entourage avevano aggredito Orlando Anderson all’interno dell’MGM Grand di Las Vegas. Anderson era il nipote di Davis. Per i procuratori, quella rissa fu la miccia che trasformò una rivalità in una vendetta: Davis avrebbe procurato l’arma e radunato gli uomini che avrebbero poi inseguito l’auto di Tupac.

La notte si sarebbe chiusa con quattro colpi di pistola e con uno dei più celebri rapper della sua generazione ferito a morte.

Le parole di Davis

Una parte decisiva del caso è arrivata dalle parole dello stesso Davis.

Nel 2008, durante un interrogatorio riservato con gli investigatori, aveva ammesso di trovarsi nella Cadillac insieme ad altri tre uomini. Aveva raccontato di aver passato una pistola verso il sedile posteriore poco prima che uno dei passeggeri aprisse il fuoco contro l’auto di Tupac e Knight.

Anni dopo, quel racconto sarebbe tornato pubblicamente alla ribalta. Davis lo aveva ripreso e ampliato nel libro di memorie Compton Street Legend, pubblicato nel 2019, oltre che in interviste e apparizioni pubbliche.

Per l’accusa, erano tasselli di una storia che per quasi trent’anni era rimasta senza un responsabile giudiziario. Per la difesa, erano tutt’altro: racconti gonfiati da Davis per costruirsi una reputazione e vendere libri.

Il suo avvocato, Michael Sanft, ha contestato anche la qualità dell’indagine, sottolineando presunte lacune nella gestione del caso e la scomparsa di alcuni documenti.

La giuria, alla fine, ha scelto la versione dell’accusa.

Il primo verdetto

Davis non doveva necessariamente essere l’uomo con la pistola in mano per essere condannato. In Nevada, infatti, può essere ritenuto responsabile di omicidio anche chi partecipa all’organizzazione del delitto, se il suo coinvolgimento viene dimostrato.

È questo il punto che cambia la storia giudiziaria del caso Tupac: per quasi tre decenni il nome di Shakur è stato associato a un omicidio senza una condanna. Adesso esiste un primo verdetto.

Resta l’appello, resta la sentenza definitiva e restano inevitabilmente molte delle domande che hanno accompagnato questa storia per una generazione.

Ma dopo trent’anni, il caso che sembrava destinato a vivere soltanto nella leggenda dell’hip hop ha finalmente trovato un’aula di tribunale in cui qualcuno è stato dichiarato colpevole.

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