Settembre 7, 2026
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Ci sono canzoni che sembrano nascere già leggendarie. “Bohemian Rhapsody” è una di queste. Ma dietro la sua costruzione visionaria, dietro le voci sovrapposte, i cambi di atmosfera e quell’ambizione che avrebbe ridefinito i confini del rock, c’era innanzitutto un uomo che scriveva anche quando il resto del mondo dormiva.

A raccontare uno dei capitoli più affascinanti della storia dei Queen è Mary Austin, compagna di Freddie Mercury, sua amica e, dopo la sua morte, custode di una parte importante della sua memoria artistica. Dal 20 ottobre arriverà in libreria Una vita in musica (Mondadori Electa), volume curato da Austin che raccoglie fotografie, materiali personali, testi e appunti del cantante, ritrovati in un vecchio baule rimasto per anni in soffitta.

In una lunga intervista al Corriere della Sera, firmata da Roberto De Ponti, Austin torna alle origini di “Bohemian Rhapsody” e restituisce un’immagine di Mercury lontana dal personaggio gigantesco che il pubblico avrebbe imparato a conoscere.

La canzone, racconta, arrivò quasi come una visione notturna. Mercury aveva preso l’abitudine di tenere carta e penna accanto al letto: si svegliava nel cuore della notte, annotava qualcosa e tornava a dormire. Al mattino, quelle parole erano ancora lì, sulla pagina. Per Austin fu un episodio insolito, quasi irripetibile, nel metodo creativo del musicista.

Ma il Mercury che emerge dai suoi ricordi non è soltanto quello capace di trasformare uno stadio in un teatro. È anche l’autore più riservato, quello che lavorava lontano dai riflettori e che sembrava vivere una seconda esistenza dentro le proprie canzoni.

Austin ricorda, per esempio, il momento in cui capì che qualcosa stava cambiando. Era “Killer Queen”, eseguita a Top of the Pops. Guardandolo in televisione, racconta, ebbe la sensazione di assistere alla trasformazione di un artista ormai completamente padrone del proprio linguaggio e della propria presenza scenica.

Poi ci fu il Live Aid, nel 1985, destinato a diventare uno dei momenti simbolo della storia del rock. E anche in questo caso il ricordo di Austin aggiunge un dettaglio quasi paradossale: Mercury, inizialmente, non era convinto di partecipare. Lei gli fece sapere di non essere d’accordo con quella scelta. Alla fine lui salì sul palco, ma tra i due rimase una certa tensione.

Austin, quel giorno, non era dietro le quinte. Scelse di stare tra la folla, con un biglietto comprato personalmente. E c’è un dettaglio ancora più curioso: dopo quella giornata destinata a entrare nella storia, lei e Freddie non ne parlarono mai davvero.

È forse proprio questo il punto di vista più interessante offerto da Austin: separare l’icona dall’uomo. Da una parte c’era Freddie Mercury, il frontman degli eccessi, dei concerti monumentali e delle platee conquistate con un gesto. Dall’altra c’era Freddie Bulsara, il compositore introverso, quello che scriveva, pensava e costruiva le proprie canzoni lontano dagli occhi del pubblico.

“Era il Freddie che conoscevo io”, racconta Austin.

Ed è forse in questa distanza tra i due personaggi che si trova una delle chiavi per capire davvero Mercury: l’artista capace di diventare immenso sul palco e, allo stesso tempo, l’uomo che poteva passare una notte intera a inseguire una melodia o una frase su un foglio lasciato accanto al letto.

“Bohemian Rhapsody”, in fondo, potrebbe essere nata proprio lì: nel confine sottile tra sogno e composizione, tra il Freddie che apparteneva al mondo e quello che apparteneva soltanto alla musica.

Se vuoi, posso anche renderla più aggressiva e contemporanea, da apertura di un articolo musicale, con titolo, occhiello e un incipit più “rock”.

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