All’Arci Bellezza, il live di Kety Fusco non è semplicemente un concerto: è un dispositivo immersivo, una messa in scena sonora che trova nel recente BOHÈME la sua architettura più compiuta. Dal vivo, più ancora che su disco, si capisce quanto il progetto dell’arpista abbia superato la dimensione della “rivisitazione” per entrare in quella della reinvenzione radicale dello strumento.
Già dalle prime battute, l’arpa perde ogni connotazione tradizionale: diventa percussione, massa elettronica, corpo vibrante. Fusco lavora sul suono in modo quasi fisico, stratificando loop, impulsi e distorsioni che trasformano lo strumento in una macchina narrativa. Non c’è virtuosismo esibito, ma un controllo totale della materia sonora, piegata a un immaginario che oscilla tra il cinematografico e l’onirico.
BOHÈME, in questo senso, rappresenta un punto di svolta. Se i lavori precedenti lasciavano intravedere una tensione tra scrittura e sperimentazione, qui tutto converge in un linguaggio compatto, deciso, spesso spiazzante. L’album si muove su traiettorie ibride: momenti di rarefazione quasi ambientale si alternano a improvvise aperture ritmiche, dove emergono strutture più vicine all’elettronica contemporanea che alla tradizione classica.
Dal vivo, brani come “Resistance” o “Blow” acquistano una dimensione più muscolare, quasi club-oriented, mentre episodi più intimi si dilatano in paesaggi sonori sospesi. L’impressione è quella di assistere a una colonna sonora senza immagini, o meglio: a un flusso visivo generato direttamente dal suono. Le proiezioni e l’apparato visivo – tra suggestioni artificiali e scenari immersivi – amplificano questa percezione, costruendo un dialogo continuo tra umano e tecnologico.
Non è un caso che nel disco compaia anche Iggy Pop, presenza che sintetizza bene la natura ibrida del progetto: un incontro improbabile solo in apparenza, che sottolinea la volontà di Fusco di attraversare i linguaggi senza gerarchie. La sua scrittura, infatti, non cerca compromessi: può risultare seducente quanto respingente, accessibile e al tempo stesso ostinata nel rifiuto di qualsiasi etichetta.
Questa ambivalenza emerge con forza anche sul palco milanese. Il pubblico oscilla tra ascolto contemplativo e coinvolgimento fisico, chiamato a seguire traiettorie che non offrono punti di riferimento immediati. È proprio qui che BOHÈME rivela la sua natura più autentica: un lavoro divisivo, persino eccessivo in alcuni passaggi, ma proprio per questo necessario.
Con una formazione accademica solida alle spalle e una traiettoria che l’ha portata da contesti orchestrali a palchi internazionali, Fusco ha scelto una strada rischiosa: trasformare l’arpa in un territorio di conflitto, più che di conforto. Il risultato è un progetto che, nel panorama elettroacustico europeo, si distingue per coerenza e visione.
Il live all’Arci Bellezza lo conferma senza ambiguità: Kety Fusco non sta semplicemente ampliando le possibilità del suo strumento. Sta costruendo un linguaggio, e lo sta facendo con un’urgenza che, oggi, è difficile ignorare.
Photo Credit Alessia Diani
















Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
