Luglio 17, 2026
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A Torino il rock dei Marlene Kuntz non invecchia.

Altro che operazione nostalgia: il passaggio dei Marlene Kuntz all’Hiroshima Mon Amour per i trent’anni de Il Vile è stato un atto di resistenza sonora, lucido e necessario. Un concerto che non celebra semplicemente un disco, ma riafferma il diritto del rock di essere ancora un linguaggio vivo, scomodo, persino sfiancante.

Sul palco, Cristiano Godano e soci scelgono la via più austera: pochi fronzoli, zero retorica, concentrazione totale sull’esecuzione. È una liturgia elettrica che non ha bisogno di spiegazioni. Accanto a lui, Riccardo Tesio disegna trame taglienti, mentre Luca Saporiti regge l’impalcatura sonora con un basso profondo e viscerale. E poi Sergio Carnevale, presenza imprescindibile: il suo drumming è insieme chirurgico e animalesco, motore pulsante di un set che non concede tregua.

La scaletta segue fedelmente l’ossatura de Il Vile, e colpisce quanto queste canzoni non abbiano perso un grammo di tensione. Anzi, suonano oggi persino più necessarie. Brani come Retrattile o Agguato continuano a scavare nelle crepe dell’identità contemporanea, mentre Come stavamo ieri introduce quella fragile ambiguità emotiva che è da sempre cifra stilistica della band. È un’alternanza di abrasione e sospensione, di impatto e vuoto, che tiene il pubblico in bilico costante.

E poi arriva il momento in cui la memoria si trasforma in corpo: Sonica esplode e la sala si compatta, le mani si alzano, le voci si sovrappongono. Non è revival, è riconoscimento collettivo. In quel frangente si capisce che queste canzoni non appartengono a un’epoca, ma a uno stato d’animo che continua a ripresentarsi, generazione dopo generazione.

Colpisce anche la postura della band: nessuna concessione al facile coinvolgimento, nessuna ricerca di consenso immediato. Cristiano Godano, con i suoi silenzi e la sua presenza quasi ascetica, incarna una forma di resistenza culturale che stride con l’iper-esposizione contemporanea. È l’opposto del performer addomesticato: qui c’è ancora un’idea di arte come frizione, non come intrattenimento.

Certo, il contesto è cambiato. Oggi andare a un concerto richiede uno sforzo che va oltre il semplice acquisto del biglietto: stanchezza, logistica, abitudini mutate. Eppure, proprio per questo, serate come questa acquistano un peso diverso. Non sono consumo, ma esperienza. Non scorrono via come un contenuto qualsiasi: restano.

In chiusura, tra Nuotando nell’aria e Lieve, si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa che sfugge alle categorie del tempo. Il Vile non è un monumento da commemorare, ma un organismo ancora in movimento. Le sue ferite sono aperte, e continuano a parlare.

A trent’anni dalla sua uscita, questo disco — nato in una provincia apparentemente lontana da tutto — si conferma come uno dei vertici del rock italiano. Non perché appartenga al passato, ma perché riesce ancora a intercettare il presente, con una lucidità che molti lavori contemporanei faticano anche solo a sfiorare.

E dal vivo, oggi come allora, i Marlene Kuntz dimostrano una cosa semplice: certe urgenze non si esauriscono. Cambiano forma, ma restano. E quando trovano ancora un palco su cui esplodere, fanno esattamente quello che devono: colpire.

Photo Credit: Marco Ritoli

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