Maggio 16, 2026
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Esattamente quello che dovrebbe essere un release party: intimo, vissuto, con un pubblico caldo e, ogni tanto, con un filo di imprecisione. Ieri sera, a sPAZIO211, le irossa – con l’apertura di Stasi – hanno fatto sold-out e, soprattutto, hanno confermato la loro unicità nel panorama musicale.

Ad aprire la serata è stato Stasi, progetto solista d’adozione torinese caratterizzato da una fusione di elettronica e pop, con testi che oscillano tra confessione e alienazione. È un linguaggio molto distante da quello delle irossa, ma non per questo fuori luogo: il contrasto ha reso più netto l’ingresso della band, con cui in seguito Stasi ha condiviso il palco per una cover a sorpresa molto apprezzata.

Il palco dello sPAZIO211 è piccolo, e i sei componenti– Gabriele Chiara, Margherita Ferracini, Guglielmo Ferroni, Simone Ravigliono, Valerio Ravigliono, Jacopo Sulis – facevano quasi fatica a starci tutti, strumenti compresi. Eppure, la loro presenza scenica non ne risente, al contrario. Le irossa tengono il palco in maniera strana e unica, forti e allo stesso tempo incredibilmente graziose – come li ha definiti un mio amico durante il live. È un connubio raro: eleganza ed energia che si incontrano, forse anche grazie al numero dei componenti dalle personalità molto diverse che, però, sul palco si amalgamano senza fatica. È bello anche solo vederli sul palco, oltre che ascoltarli.

Le voci di Margherita, in arte Edera, e Jacopo si alternano e si intrecciano con fluidità: lei delicata, quasi eterea, lui deciso, più carnale. L’intreccio rende i testi doppi, mobili, mai bloccati in un solo registro. Eppure, per me, il vero protagonista della serata è stato il sax – e a volte il clarinetto – che regalava continue variazioni al suono della band. La potenza del sax non è mai un semplice abbellimento e ieri è stata un contrappunto costante: talvolta malinconico, altre volte giocoso, sempre capace di portare le canzoni in una direzione imprevista. Forse c’entra la mia sensibilità personale (il sax è lo strumento di mia madre e sono cresciuta tra i palchi dell’Elba Jazz), ma resto convinta che sia proprio questo dettaglio – in aggiunta alle due voci e agli altri suoni – a conferire alle irossa quell’eleganza che le distingue, affiancandosi con naturalezza alle chitarre e alla batteria.

Non tutto è stato impeccabile: c’è stato un evidente squilibrio tra cantato e base, con le voci spesso coperte. Per me è stato un problema marginale – grazie ai miei fedeli tappi –, ma togliendoli diventava chiaro. In fondo, però, una punta di imprecisione, a mio parere, è quello che rende un release party tale: non serve la precisione assoluta (quella mai in musica), ma la capacità della band di ammaliare.

Hanno suonato tutto il nuovo album, La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti, che dal vivo acquista ulteriore forza. I testi, introspettivi ma diretti, si arricchiscono di nuove sfumature quando dialogano con la fisicità del suono: tratti rock, innesti jazz, rallentamenti ipnotici. Rispetto all’ascolto digitale, le canzoni respirano di più e convincono ancora di più.

Il pubblico, composto quasi interamente da affezionati, ha dato il massimo: poghi improvvisi, qualche stage diving (sia della band che degli stessi spettatori), cori che hanno sostenuto tanto i pezzi nuovi quanto quelli meno recenti come Onde d’aprile, Secchio d’acqua o Dove è lei.

C’è stato anche un momento sospeso: una ragazza ha recitato Storia di un corpo che cade, poco prima che la band chiudesse con l’esplosione di La mia stella aggressiva. Una conclusione catartica, che ha racchiuso alla perfezione tutti gli elementi presenti sul palco sin dalla canzone di apertura, Fango.

Nota di merito per l’inaspettata cover di L’estate sta finendo, riarrangiata con Stasi: un classico che tutti conoscono, ma che nelle mani delle irossa è diventato altro, adattato ai loro timbri e alla loro estetica. Perfetto per questo fine settembre, perfetto per una serata che ha confermato quanto le irossa siano già un punto fermo – e in continuo movimento – nella nuova scena torinese. Come delle stelle, aggressive e aggraziate, non più nascoste.

Articolo a cura di Emma Salone

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