Gli Spleen arrivano da Firenze e si muovono all’interno del panorama underground cittadino, portando avanti un suono che mescola grunge, alt-rock anni ’90 e pulsioni post-punk. La band è formata da Samuele Riccucci (chitarra e voce), Matteo Innocenti (batteria), Olmo Fantini (chitarra) e Alberto Sanna (basso). Dopo l’EP Dystopic School e le date in Italia e in UK, stanno costruendo una propria identità riconoscibile, sospesa tra l’urgenza live e una scrittura più consapevole.
Abbiamo parlato con loro per capire meglio che cosa significa oggi fare rock da Firenze e quali direzioni vogliono intraprendere.
Prima di tutto vorrei partire dall’inizio: come e perché avete deciso di fondare gli Spleen e che cosa vi univa musicalmente in quel determinato momento?
Non è una storia complicata, ma è abbastanza lunga, perché la band ha attraversato varie fasi. Nasce inizialmente come un duo con cantante/chitarrista e batterista e rimane così fino alla fine delle scuole medie, attorno al 2019. Più o meno tre anni fa sono entrato io (Olmo Fantini) come secondo chitarrista della band e poi, subito dopo una brevissima fase di trio, è arrivato un basso stabile. Gli Spleen, di fatto, suonano da due anni e sono nati sotto questo nome – prima ne avevamo un altro – a Febbraio dell’anno scorso, quando abbiamo firmato il primo contratto serio. Credo che l’esigenza che ci lega è quella di fare musica e trovare una valvola di sfogo in questo: i pezzi sono cambiati, lo stile a volte ha mutato radice e dal punk iniziale si è evoluto in un qualcosa di più simile al grunge; ultimamente sta sfociando in una specie di stoner. Comunque stiamo sperimentando molto, ma la musica è sempre rimasta potente, abbastanza aggressiva. È un’esigenza di sfogarsi. Il nome riflette proprio la musica: sicuramente c’è un nesso con tutta la letteratura che riguarda Baudelaire, ma noi abbiamo scelto il nome soprattutto per l’accezione greco antica della milza. È la σπλήν greca come sede di tutti i mali che cerchiamo di riversare: una sensazione di malessere che non deve essere per forza risolta, ma magari attraversata in questo modo.
E, per caso, il nome Spleen riguarda anche l’angoscia, l’inquietudine di cui parlate talvolta nei testi?
Si certo, i brani fondamentalmente riflettono anche tematiche di questo tipo. Ma forse l’elemento più significativo dei nostri brani è l’irrazionalità: per esempio, il side B del nostro primo EP, What’s behind The Sun, è forse uno dei testi più significativi perché riflette questo filo comune dell’irrazionale tra i brani. C’è sempre comunque qualcosa di strano, di sconosciuto, che ti mette un po’ a disagio; infatti, questa è proprio la domanda che Samuele si fa alla fine del pezzo.
A proposito, come nasce la scrittura dei vostri testi? Quanto attinge dalle vostre esperienze personali?
Il responsabile è Samuele, appunto, il cantante. A quanto sappiamo, si ispira anche a cose della sua quotidianità, ovviamente poi sempre raccontate in una chiave più distaccata e sognante, motivo anche per cui sceglie la lingua inglese. La lingua diversa permette di raccontare un’esperienza personale in una maniera depersonalizzata. Chiaramente poi il brano che parla della scuola è stato scritto negli anni della scuola, ma non fa riferimento a esperienze in prima persona.
Voi siete fiorentini, nascere a Firenze ha avuto un ruolo importante nella vostra formazione musicale?
Credo di sì. Noi attualmente viviamo tutti a Firenze ed è stata una scelta anche ponderata. Abbiamo fatto la maturità più o meno tutti l’anno scorso e abbiamo scelto di rimanere tutti qui, di non andare a studiare fuori, anche per preservare questo progetto. Sappiamo tutti che Firenze ha avuto i suoi anni d’oro, gli anni ‘80: è un po’ la città dove è nata la new wave italiana. Però, al momento, l’ambiente fiorentino non sta sicuramente attraversando il suo periodo migliore per fare musica: negli anni del Covid, ma anche prima, Firenze aveva pochissime opportunità e non c’era una vera e propria scena. Invece adesso, magari perché ne siamo partecipi anche noi, c’è un fermento musicale molto intenso: rispetto a 5 anni fa si vedono molte più band. E ci sentiamo orgogliosi e contenti di vedere questo fermento. Noi siamo abbastanza giovani, sui vent’anni tutti, però ci sono band molto più giovani di noi che stanno iniziando a suonare live, a suonare bene, a suonare forte. Sta forse rinascendo una sorta di movimento rispetto, ad esempio, di quando eravamo al liceo: si potevano contare solo due gruppi praticamente in tutti i licei fiorentini, invece adesso stanno aumentando. C’è quasi un’esplosione ed è molto bello.
Chiaramente rimane sempre un po’ il problema dei luoghi: non ci sono molti luoghi dove suonare live, perché, soprattutto se uno fa musica inedita e magari non troppo orecchiabile, è difficile trovare un contesto che ti accolga come band emergente. Quindi all’inizio ci siamo un po’ dovuti inventare i posti dove andare a suonare – luoghi che magari non erano proprio perfetti per suonare – portare le cose, arrangiarsi. Ma adesso la situazione sta comunque migliorando. Ci sono sempre più giovani che si organizzano, che si impegnano per trovare, luoghi e inventarsi dei concerti che spesso sono veramente belli. Ci sono molte realtà ora a Firenze che stanno nascendo, come il Lumen per esempio: l’abbiamo visto nascere e adesso fanno degli eventi bellissimi.
Avete parlato anche della scena rock fiorentina degli anni ’80, che rapporto avete con lei? È stata importante nella vostra formazione musicale?
Possiamo dire di sì, anche perché noi siamo attualmente sotto Contemporecords, l’etichetta storica fiorentina che ha firmato i primi lavori dei Litfiba, dei Diaframma. Quindi sicuramente quella scena degli anni ‘80 è nella nostra formazione musicale tramite dischi che abbiamo sempre trovato molto affascinanti. E il rapporto si è consolidato ulteriormente quando poi ci siamo affacciati e rapportati con questo tipo di etichetta: abbiamo ascoltato cose più ricercate, alcune addirittura delle demo, delle cose molto particolari di quegli anni. Abbiamo anche conosciuto molte persone che ci hanno raccontato storie e soprattutto abbiamo avuto la fortuna di conoscere molti degli artisti che ne hanno fatto parte. Abbiamo fatto il tour con Piero Perù ed è stato molto bello perché comunque abbiamo conosciuto anche Antonio Aiazzi che era il tastierista dei Litfiba. Quindi c’è un bel rapporto e ci sono tante storie belle che abbiamo imparato. Siamo molto fortunati da questo punto di vista.
E ci sono dei dischi, delle altre band che considerate vostre influenze molto forti, sia italiane che straniere?
Direi più musica internazionale, non tanto per il livello, quanto per i suoni. Sicuramente una su tutte, specialmente nella prima fase, sono stati i Foo Fighters, ma a livello di suono sicuramente Smashing Pumpkins e Nirvana. Come attitudine sicuramente Minor Threat e Fugazi e anche qualcosa un pochino più pesante, scuro come lo stoner dei Kyuss, dei Queens of the Stone Age. Sono tutte band a cui ci ispiriamo. Quello che c’è in comune è sicuramente tutta la scena di Seattle: tutto quello che riguarda il punk inglese e americano. Abbiamo avuto la fortuna di andare a Londra quest’inverno per la prima volta, dove abbiamo suonato comunque in dei locali, tra cui l’Hope and Anchor, che sono storici. Lì hanno suonato i Madness, i Joy Division, anche gli U2 in uno dei loro primissimi concerti. Insomma il rapporto col punk inglese è sicuramente forte e anche se ora stiamo sperimentando sonorità diverse, rimane sempre qualcosa che ci ha assolutamente ispirato.
Un’altra band storica con cui tra poco in teoria dovremmo suonare insieme sono i Buzzcocks: il concerto è stato rimandato per due volte e finalmente, il 4 ottobre, riusciremo a suonare con loro e sarà una grande emozione.
Avete detto che le vostre sonorità, quelle più recenti, tendono un po’ al grunge anni 90, ma è una scelta consapevole il voler sperimentare anche in questa direzione oppure vi viene naturale in questo momento comporre così?
È un po’ tutte e due queste cose, perché la volontà di scurire il suono c’è. Pe questo stiamo volontariamente andando a cercare sonorità più scure, un pochino più dissonanti e ricercate rispetto ai pezzi. Certo, però, il grunge non è un’etichetta da metterci addosso, il nostro genere: noi non siamo una band grunge o una band punk, noi siamo quattro musicisti e ci piace molto sperimentare. Per esempio, ieri è nato un pezzo molto molto strano: in questo momento siamo in una casa in fase di preproduzione per l’album che si spera esca verso aprile o comunque entro la fine del 2026; quest’album potrebbe avere dei suoni molto diversi rispetto ai due Ep che sono usciti. Quindi, non ci spaventiamo quando escono delle canzoni molto diverse da quello che abbiamo fatto in passato, perché comunque in questa fase ci sta sperimentare, trovare nuovi suoni, trovare forse proprio il nostro suono che ancora sta cercando di emergere. Non possiamo spaventarci davanti a un qualcosa che sembra fuori genere rispetto al solito.
E riguardo al prossimo album, che cosa volete comunicare con questo primo vero e proprio disco?
Stiamo ancora decidendo, ma il bivio è sempre tra fare una sorta di raccolta di tutti i brani live – però l’idea non ci entusiasma – e dare un taglio quasi di concept all’album. Le canzoni infatti hanno tutte un loro nesso, anche da un punto di vista di suoni. Vorremmo che suonasse tutto in maniera omogenea, creare una sorta di tracklist da ascoltare tutta di fila, che cresca in dei momenti, che in altri sorprenda un po’ l’ascoltatore. Anche l’ordine delle tracce sarà molto importante da decidere. Poi magari qualcuno dei pezzi che suoniamo già riusciremo comunque a integrarlo, perché comunque i suoni sono simili, i testi sono comunque coerenti tra di loro. In generale sarà un album con la volontà di essere un concept, senza scendere a compromessi riguardo ai suoni e anche alle canzoni un po’ più convenzionali, ma comunque manterrà un po’ di quel suono.
Per quanto riguarda il live, la dimensione dal vivo sembra essere centrale per voi. Come cambia l’energia di un brano tra la registrazione e poi il palco?
Il live per noi è sicuramente il massimo modo per esprimerci. In studio talvolta noi ci troviamo addirittura meglio a suonare in presa diretta, come se fossimo live, perché si mantiene una dimensione di libertà, di incazzatura. Vogliamo mantenere più che altro quell’impronta anche nelle nostre registrazioni. Chiaramente in studio ci sono vari aspetti interessanti, per esempio creare delle sovraincisioni, creare delle atmosfere in cui si può mettere più suoni rispetto al live, anche se noi cerchiamo sempre di calcare il palco, di fare in modo che quello che esce in studio sia facilmente riproducibile live senza sequenze, senza elettronica, senza particolari. Noi quattro, quello che facciamo in studio lo facciamo live.
Abbiamo sempre una risposta positiva dal pubblico, infatti siamo molto contenti di questo, di tutti quelli che qui a Firenze vengono sempre a vederci, a sostenerci. Qualcuno canta le canzoni, qualcuno ha fatto addirittura delle cover di alcune canzoni nostre e questo penso sia la cosa più bella di tutto questo progetto. Più che magari la parte del digitale, gli ascolti, i dischi venduti: sicuramente i concerti non sono dei numeri, sono proprio dei momenti, delle fotografie nelle nostre teste.
E parlando in generale del macro-genere del rock, ormai è diventato un genere meno influente, molto diffuso, tanto che pochi gruppi possono definirsi realmente rock. Cosa pensate della scena italiana attuale? C’è qualche gruppo che vi piace particolarmente?
Secondo me, il rock si è dilatato veramente tanto, lungo gli anni e, ovviamente e giustamente, ci sono tantissime sfaccettature. Abbiamo visto l’altro giorno in concerto i Post Nebbia che presentano una matrice molto più psichedelica, più nostalgica. E questa è una declinazione unica, che qua in Italia non c’era mai stata, rispetto al famoso apice del rock italiano che abbiamo visto soprattutto negli anni 90 con band come Litfiba, Marlene, Verdena. Ed è veramente difficile confrontarsi con dei giganti del genere. Quando abbiamo suonato anche con i Marlene, con gli Afterhours, abbiamo visto delle band giganti davanti a noi. Quello che ci auguriamo è che ci siano sempre più band della nostra generazione che riescano a emergere.
Ci sono poi i Grandi Raga, nostri amici, che fanno anche loro un genere indie psichedelico molto interessante da sentire, oppure i Pancakes. È interessante il fatto che la scena con cui abbiamo iniziato a suonare, sviluppata dalla voglia di questi ragazzi di fare musica nel Valdarno o comunque in Toscana, sia ricchissima di tante band che non hanno mai smesso. Sono più di tre anni che suoniamo con i Pancake, che poi hanno avuto l’esperienza a X Factor, con i Grandi Raga e con molti altri. È bellissimo vedere che siamo cresciuti insieme, anche se nessuno è ancora arrivato da qualche parte; però il fatto di non aver smesso e di essere ancora qui a fare musica avendo alzato tutto il livello è veramente bello.
Secondo me le cose veramente interessanti sono nell’underground, perché a livello mainstream faccio fatica a ritrovarmi nelle sonorità ma non perché sono mainstream e il mainstream è cattivo. Non voglio dire questo, ma le sonorità che almeno io cerco e che noi cerchiamo sono difficili da trovare: bisogna scavare abbastanza. Poi, in Italia non è proprio il genere più in voga: in questo momento sta spopolando magari l’indie o il rap. Forse fuori dall’Italia c’è qualche band in più che fa questo tipo di musica, ma ci sono anche qui e sarà solo una questione di tempo scoprirle. Sono sicuro che si stia muovendo qualcosa a livello italiano nella nostra generazione.
A questo proposito, che difficoltà state incontrando come gruppo emergente in Italia?
Forse questo: in Italia è difficile spodestare i giganti della musica che sono in tour da più o meno trenta o quarant’anni. Talvolta è interessante fare delle aperture a band storiche, però è sempre difficile fare quello scalino in più di ricambio. Puoi riuscire a suonare nei club per qualche anno, però fare il secondo scalino è sempre difficilissimo perché, se tu fai una musica che compete con artisti più grandi di te e storici, sarà sempre difficile venir fuori. Quando abbiamo avuto le nostre esperienze in Inghilterra è stato un pochino più facile perché lì abbiamo visto che le persone tendono ad ascoltare con un po’ di attenzione in più le band emergenti perché sono più curiosi. La musica underground è parte fondamentale del loro vissuto e della loro cultura e, in Inghilterra, in generale è guardata molto meglio, viene ascoltata con un orecchio diverso. Sicuramente non stiamo dicendo che il pubblico italiano non sia abituato a sentire delle band veramente forti, però c’è un po’ meno di attenzione rispetto a questo concetto della gavetta. Se un artista sceglie di non fare i talent, di non fare un utilizzo dei social magari troppo smodato e se vuole seguire la via, chiamiamola così, tradizionale, come stiamo cercando di fare noi, è un po’ più difficile. Però quando riesci a guadagnare qualcosa in questo modo poi diventa veramente tuo, diventa veramente bello perché radunare dei numeri sui social dopo aver fatto un talent è diverso da conquistare una piccola fetta di pubblico che però poi diventa veramente affezionata e ti dimostra veramente che ti segue e che fa parte quasi del tuo progetto. Diventano il motivo per cui uno va a fare i live, per cui uno cerca di fare un lavoro perfetto in studio: sono più quelle 50 o 100 persone che ti seguono sempre che quelle potenziali che potrebbero arrivare dopo.
Articolo a cura di Emma Salone

Fin da piccola appassionata di cantautorato e, forse per questo, per me un bel testo viene prima di tutto. La musica, in fondo, è la forma più naturale di catarsi.
