La lista di festival piccoli o grandi in Puglia è lunga, forse lunghissima. Spiccano alcuni nomi per la cura certosina della direzione artistica, per i luoghi accoglienti e ben allestiti, per i servizi efficienti, per il pubblico partecipe ed educato, per il costo contenuto. In pochi, senz’altro, riescono a coniugare tutte queste cose efficacemente: il Farm Festival di Putignano lo fa e molto bene.
Quello di domenica 17 agosto è un personale ritorno al festival per il secondo anno di fila, dopo aver sperimentato lo scorso anno il format del Farm Secret: una data in cui la line up non viene annunciata, se non alla fine dell’ultimo concerto, svelando man mano gli ospiti. Nessun indizio sui social, nessuna anticipazione, solo una gran dose di fiducia nella e della comunità di riferimento. Quest’anno la serata del Farm Secret è arrivata il 16, con un altro appuntamento perfettamente riuscito in termini di partecipazione del pubblico – quanti eventi in Italia possono andare sold out a scatola chiusa? – e di line up finale, coi progetti pugliesi di Kyoto e Gaia Rollo, a cui sono seguite le ospiti Martha Da’ro e Coca Puma (quante donne! ancora complimenti), prima del conclusivo dj set di Rais.
Archiviata con grande soddisfazione l’ottima serata, domenica mi unisco alla versione da canone del Farm Festival. Una sorpresa arriva comunque e per sfortuna: la cantante vicentina Lamante, annunciata in programma, viene sostituita per problemi personali da un decano della musica indipendente italiana come Francesco Di Bella dei 24grana – un supplente di alto livello, bisogna dire. Proprio agli inizi del suo set arrivo nell’ampio cortile dell’ex macello di Putignano, uno dei tanti immobili pubblici riconvertiti in laboratori culturali dalle politiche giovanili della Regione Puglia. Qui a Putignano il progetto ha funzionato, sopravvive ed è animato da una comunità ampia e forte di legami con le altre realtà della città e del fervido territorio culturale sud-barese. L’ex macello offre al Farm una sede perfetta, in cui svetta al centro un ampio e ben servito palco.
Proprio qui Di Bella sta suonando il suo set in duo, con una veste più sommessa e intima, ma non scarna, dei brani del suo ultimo ed eccellente album Acqua Santa: con la sua chitarra, accompagnato da piano e tastiere, la dimensione folk del suo cantautorato lievita, così come la carica poetica portata dai suoi testi in napoletano dedicati all’amore, ai tanti amori che si possono provare. Influenzato da National o Jason Molina, da Bon Iver e dal resto del folk alternativo degli ultimi vent’anni, Acqua Santa si conferma dal vivo per la qualità della scrittura dei pezzi, delicati. Nel mezzo del set, Di Bella fa una cosa che ben pochi musicisti stanno facendo in questi mesi, nonostante tutto: omaggio e ricorda Gaza e il suo popolo straziato dai bombardamenti, leggendo con commozione una poesia gazawi.
(una citazione doverosa agli artisti in apertura, purtroppo non ascoltati: i piemontesi Tanz Akademie, col loro post punk chiassoso e con l’ospite islandese Bjarni, cui è seguito l’intermezzo slam poetry dell’artista Orangerie)
Finito il concerto elegantissimo di Francesco Di Bella, col cortile ormai gremito del suo sold out, arriva il nome di punta del programma sul palco del Farm: la catanese Anna Castiglia, col suo piglio da vivacissima e divertente pin up degli anni Cinquanta o Sessanta, attacca senza fronzoli con Participio presente, irriverente dedica agli artisti emergenti e alle richieste indecenti dell’industria, accompagnata dalla sua band di quattro musicisti. Se la band (tastiere, basso, percussioni e tromba) si mostra compattissima e preparata nella varietà sonora proposta dalla cantante, il set di Castiglia è un’ennesima conferma delle sue maggiori qualità: colorata la sua tavolozza, fedele alla varietà e ricchezza sonora del suo ultimo album MI PIACE, in cui mescola samba, cantautorato, r’n’b e un’ossatura pop; spassosa la sua conduzione di intermezzi e introduzioni dei pezzi, così come il suo interludio tip tap o l’autoironia sicula con cui introduce l’autoctona Ju mi siddriu; magistrale nel controllo vocale, perfetto coronamento dei suoi brani. Castiglia passa dall’amore alla letteratura nei suoi brani, prende in giro i personaggi dei libri in inglese e la se stessa romantica adolescente, fa ballare e divertire, grazie a canzoni dalla scrittura mai scontata, anche quando virata fortemente sul pop. Magnifica l’esecuzione di U mari, Mi piace e Whitman.
Siamo a mezzanotte, quando la musica dai colori mediterranei di Castiglia lascia spazio a quelli più soffusi e nebbiosi della Valtellina: la chiusura dei live del Farm oggi spetta a Faccianuvola, il giovane e talentuoso Alessandro Feruda. Il 2025 di Faccianuvola è uno di quegli anni benedetti per la carriera di molti musicisti: dopo il sovraeccitato e adrenalinico le stelle* il sole; l’arcobaleno)), album d’esordio del 2024, pochi mesi fa ha pubblicato il suo secondo album il dolce ricordo della nostra disperata gioventù; album che ha lasciato parte delle scariche elettriche e dell’influenza dei Pop_x dei primi brani, amplificando e approfondendo la manifesta lezione di Franco Battiato con le sue batterie semplici ma marziali. Proprio il richiamo de La voce del padrone è quello che Faccianuvola porta in giro per l’Italia quest’anno dal vivo; al Farm non è da meno: nei quaranta minuti di set riproduce quasi tutto l’album, senza richiamare le canzoni precedenti. Usando solo i suoi synth, predominanti nel suo suono, e la sua voce eterea resa ancor più stellare dall’uso delicato ma incisivo dell’autotune, Faccianuvola dal vivo riesce a mantenere costante il coinvolgimento divertito del pubblico, grazie all’energia della cassa dritta mantenuta in molti momenti; gli incisi di arpeggi, i sintetizzatori a costruire sfondi, i suoi testi malinconici riescono a dare spessore e profondità a tutto. E se rondine / angelica smuove il pubblico, se sulla conclusiva ogni volta che ti vedo io ci si lancia tutti in un pogo breve ma denso, nel mezzo arriva verticale a farci rallentare, commossi. Tocca infine all’omaggio finale al maestro Battiato con Cuccurucucù smuovere ancora il pubblico e salutare tutti.
Finito anche il live di Faccianuvola, l’ultima ora dell’ex macello è colorata dal dj set di lphronesis, mentre man mano il pubblico lascia con piena soddisfazione il Farm. Farm, aggiungo, impreziosito da un’ottima gestione di tutti i servizi: dall’area market semplice ma ben caratterizzata all’ingresso, al bar finalmente tarato su prezzi più accessibili di quelli iper-inflazionati di molti altri festival. Un’ulteriore medaglia al valore di un progetto che mostra di avere le idee molto chiare sulla musica da portare alla luce della sua comunità ampia e partecipe, ma anche di come siano una merce rara da trattare con cura: la musica, certo, ma anche la comunità, che non è meno importante per la riuscita di un progetto, e che pure troppi festival declassano a mero cliente, dimenticando che è nei propri spettatori che qualsiasi progetto affonda le sue radici. Il Farm riesce decisamente nell’impresa.
Articolo a cura di Michele Cornacchia
