Luglio 17, 2026
I patagarri Hiroshima mon amour elisabetta Canavero fotografia

All’Hiroshima Mon Amour, I Patagarri non portano semplicemente un concerto. Portano un mondo.

Torino, fine marzo. Fuori è ancora inverno, dentro invece è già polvere di strada, fiati caldi e odore di caravan. I Patagarri salgono sul palco senza fretta, come se ci abitassero da sempre. E in un certo senso è così: il loro live è meno una performance e più un territorio.

Non c’è un momento preciso in cui il concerto comincia davvero. Succede e basta. Un giro di contrabbasso, una chitarra che strappa, poi i fiati — e in pochi secondi l’Hiroshima Mon Amour smette di essere un club e diventa un circo nomade senza coordinate.

La forza dei Patagarri sta tutta lì: nel tenere insieme mondi che sulla carta non dovrebbero funzionare. Swing, gipsy jazz, rap, teatro. Ma soprattutto una scrittura che non si accontenta di intrattenere. Sotto la superficie festosa c’è una tensione continua, quasi politica, che emerge nei testi e nei monologhi tra un pezzo e l’altro.

Non è nostalgia, non è revival. È appropriazione e riscrittura.

Il pubblico — eterogeneo, rumoroso, già conquistato — non resta mai fermo. Si balla, si canta, si ride. Ma soprattutto si partecipa. Perché quello dei Patagarri è uno spettacolo che ti chiede qualcosa in cambio: attenzione, presenza, complicità.

E loro, sul palco, restituiscono tutto. Senza misura.

Il frontman gioca con il ruolo, lo smonta, lo rende collettivo. La band è compatta, precisa ma mai fredda. Gli arrangiamenti cambiano pelle di continuo: una canzone può partire come ballata e finire in una fuga jazz impazzita. E funziona. Sempre.

Se c’è un limite, è forse proprio nell’eccesso: a tratti lo show rischia di diventare sovraccarico, come se ogni momento dovesse per forza dire qualcosa in più. Ma è un rischio che i Patagarri si possono permettere. Perché quando rallentano — e lo fanno — il colpo arriva più forte.

Nel panorama italiano, sempre più omologato, loro stanno da un’altra parte. E non è una posa.

È una scelta.

Photo Credit Elisabetta Canavero

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