C’è una foto sulla copertina di IN:titolo in cui Giulia Impache appare velata — presente e sfuggente allo stesso tempo. È un’immagine che dice qualcosa di preciso su come funziona questo disco: è lì, ti raggiunge, ma non si lascia afferrare del tutto. Giulia Impache è torinese, fa la musicoterapeuta, insegna canto, improvvisa con la voce da prima che uscire un disco sembrasse una possibilità concreta. IN:titolo è arrivato a gennaio 2025, per Costello’s Records, dopo anni di traslochi e treni e una pandemia che ha rallentato tutto — o forse ha dato il tempo giusto alle cose di sedimentarsi.
Il disco suona come se la musica antica e l’elettronica sperimentale si fossero trovate per caso in una stanza e avessero deciso di restare. Non c’è nessuna spiegazione, nessuna didascalia: c’è una «Bimba Splendente» che osserva la Terra da una navicella spaziale, una musicoterapia che ha sbloccato qualcosa che lo studio aveva indurito, una città — Torino — che resiste a fatica ma non si arrende. L’abbiamo incontrata per capire da dove viene tutto questo, e dove sta andando.
IN:titolo è nato, dici tu, su una navicella spaziale — come se stessi osservando la Terra da fuori. Questo senso di distanza è qualcosa che hai cercato attivamente, o è più una condizione di partenza da cui non riesci a prescindere?
È sicuramente un filtro, una forma di protezione — è il mio primo disco da solista, quindi c’era un po’ quella paura di esporsi. L’ho riportata anche nel significato della copertina, dove la mia immagine appare velata. Ma è anche una sensazione che ho sempre avuto: sentirmi un po’ extraterrestre, distante da certe situazioni sociali e dalle loro regole. È un riassunto di quello che sono: da un lato quel timore, dall’altro una diversità vissuta sia in modo positivo che negativo — perché quando si fa fatica a integrarsi, non è poi sempre un aspetto facile da gestire.
La «Bimba Splendente» protagonista del disco osserva, comunica, teme di non essere capita. Quanto di questo avatar sopravvive quando esci dal disco e sei semplicemente Giulia che insegna, che fa musicoterapia, che prende il treno?
Penso che se non avessi intrapreso il percorso di musicoterapia, questo disco non sarebbe mai uscito. La musicoterapia mi ha aiutato a sbloccare alcune convinzioni radicate: ho sempre avuto un approccio molto giudicante e serio, perché più si studia, più qualsiasi cosa si fa sembra banale. Nella musicoterapia, invece, si dà spazio all’aspetto emotivo e istintivo, senza giudizi. Questo ha fatto scattare qualcosa in me: mi sono detta che quei brani mi rappresentano, mi piacciono, e allora vale la pena farli uscire.
Hai parlato di Pollock e della pittura informale come modello compositivo — la voce come gesto, il suono come azione fisica. Ma l’improvvisazione pura a un certo punto deve fare i conti con la forma-canzone. Come gestisci quella tensione tra apertura e struttura?
È stato un bisogno. Ho studiato canto per più di quindici anni, sempre attraverso teoria e tecnica, quindi la struttura era il mio punto di partenza. Poi mi sono avvicinata al canto jazz e all’armonia jazz, e lì ho iniziato a improvvisare sugli standard. Ma a un certo punto ho visto quella come una gabbia, un limite, e ho dovuto liberarmi. Per anni ho lavorato molto con l’improvvisazione radicale — solo io, la mia voce, e gli strumenti con cui ero in dialogo. Poi, quasi in modo ciclico, ho sentito il bisogno di rimettere dei confini. Questa volta, però, erano confini dettati da me, non imposti dallo studio.
Molti dei brani di IN:titolo sono nati durante traslochi, su treni, in spazi di passaggio. Cosa cambia, nel tuo processo, quando invece sei ferma — in uno studio con tutto il tempo davanti?
Io lavoro benissimo sotto stress e con le scadenze. Lo studio è per me una dimensione incredibilmente dilatata — insegno, quindi il periodo intenso va da settembre a giugno, e le vacanze estive dovrebbero essere il momento in cui recupero tutto ciò che non ho fatto durante l’anno. In realtà, più tempo ho e meno riesco a sfruttarlo. Anche Alone Song è nata così: un giorno avevo comprato un synth nuovo, stavo provando i suoni — un momento del tutto casuale — ed è uscito il brano. Per fortuna l’ho registrato subito. Ho la fortuna di avere uno studio in casa, quindi basta un attimo. Ma devo sempre sentire quel ‘pepe’ — senza una certa pressione, è difficile che la cosa scatti.
Citi spesso Julia Holter e Arca, ma anche i madrigali del Trecento. Sono mondi che coesistono naturalmente nella tua testa, o è un’operazione più consapevole — un’architettura che costruisci?
Credo sia un po’ entrambe le cose. All’inizio è nato spontaneamente, perché trovo molta affinità tra la musica del Trecento e certi tipi di elettronica. C’è in entrambe una finta semplicità: essere essenziali è la cosa più difficile al mondo, e questa essenzialità la ritrovi tanto nell’ambient quanto in certi contesti antichi. Mi ha sempre affascinato anche l’intreccio di voci nella musica antica — sembrano enormi pad, enormi synth, che poi ritrovi nella musica contemporanea. Siccome questi due mondi si parlano, e io li ho ascoltati entrambi, li ho fatti incontrare quasi inconsapevolmente. Poi, una volta capito che quella connessione esisteva, ho iniziato ad approfondirla anche a livello strutturale e testuale — sto leggendo molta poetica del Trecento.
Cosa stai ascoltando mentre lavori al nuovo disco? C’è qualcosa che ti sta ispirando in modo diverso rispetto al passato?
Sto riscoprendo la musica italiana degli anni Sessanta e Settanta, che amo molto ma a cui in IN:titolo non ho dato il giusto spazio. Continuo naturalmente ad ascoltare artisti che mi stimolano — tendenzialmente musica elettronica — e proseguo la mia ricerca sulla musica antica. Ma la novità è che per la prima volta sto prestando davvero attenzione alla parola. Ho sempre dato più importanza alla musica; ora sto riscoprendo la canzone italiana dal punto di vista testuale, studiando la modalità di scrittura.
Hai detto che scrivere pezzi non troppo felici è il tuo modo per esorcizzare la tristezza: la ancori ai versi, così non ti segue ovunque. Quanto di quello che ascolti ha la stessa funzione — non come influenza stilistica, ma come compagno emotivo?
Da quando faccio musica di professione, faccio più fatica a trovare quella dimensione empatica nell’ascolto — poi arriva, naturalmente, ma non è più automatica. Spesso ascolto per curiosità. Tendo ad apprezzare artisti che sanno rinnovarsi, che non si accontentano di reiterare le stesse cose perché funzionano. In Italia percepisco molto questo atteggiamento: se una formula ha successo, la si ripete all’infinito. A me questo risulta limitante, per un artista e per la musica in generale. La curiosità è il motore del mio ascolto — non voglio rischiare di restare bloccata sempre sulle stesse cose. Ciò che non mi piace non è un problema di genere, ma di qualità: qualcosa già troppo sentito, non abbastanza elaborato.
Torino, la tua città, la descrivi come una città esoterica, un po’ buia, underground. Ma ne parli anche con preoccupazione — gli spazi scompaiono, la scena resiste a fatica. Cosa ti tiene ancora lì, e cosa ti fa pensare che potrebbe non bastare?
Mi sono sempre sentita fortunata di essere cresciuta artisticamente a Torino — credo fortemente nell’influsso culturale che ha questa città, e l’ho vissuto sia in ambito musicale che visivo, venendo da studi artistici. Negli ultimi anni, però, la vedo soffrire molto. La vivo non solo da artista, ma anche da organizzatrice: faccio parte di un’associazione con cui organizziamo eventi, e diventa sempre più difficile trovare spazi per una certa musica. Se mai lasciassi Torino, non sarebbe per questo motivo. Anzi, trovo bello che nonostante tutto la città resti combattiva — molti artisti e organizzatori continuano a fare cose, c’è una rete, un tentativo di collaborazione. Faccio parte di una realtà chiamata Pietra Tonale, e insieme ad altre associazioni ci siamo raccolti sotto il nome Sottobosco: ci scambiamo pratiche, ci sosteniamo. Torino è stanca, forse, ma non si arrende. Questo lo trovo molto stimolante.
Pietra Tonale sembra essere stato un momento fondativo — non solo musicalmente, ma nel modo in cui hai imparato a stare in relazione con altri artisti. Cosa hai portato da quell’esperienza in questo progetto solista, che per definizione è una cosa molto più tua?
Pietra Tonale mi ha aiutato a capire cosa mi piacesse davvero. Venivo dal canto moderno e jazz, avevo ascoltato qualcosa di più estremo e astratto, ma tutto restava abbastanza canonico. Quando ho iniziato a sperimentare con la voce — a produrre anche suoni brutti, a rinunciare alle parole, a inventare — l’ho vissuto come una crescita vera. L’improvvisazione ti mette di fronte allo strumento in modo più onesto e ti fa capire per cosa sei portata. A un certo punto, però, ho sentito che Pietra Tonale non soddisfaceva pienamente tutti i miei bisogni musicali. Non era questione di ego — era che davo un contributo, ma non al cento per cento. In un lavoro collettivo manca sempre qualcosa di tuo. Ed è lì che è nata l’idea del progetto personale: anche solo per poter decidere tutto — e sì, sono un po’ maniaca del controllo.
Hai descritto Alone Song come un oggetto liminale — qualcosa che abita lo spazio tra il primo e il secondo disco. Il secondo sarà più italiano, più denso di lingua. Cosa ti ha convinta che era il momento di tornare alla tua lingua?
Questo nuovo disco è un po’ un riconciliarsi con alcune cose, e una di queste è il mio rapporto amore-odio con la parola. È una sfida. So che a livello strategico bisognerebbe mantenere una certa continuità, ma non fa parte della mia natura: ho bisogno di fare qualcosa di diverso. IN:titolo è stato un punto di inizio e insieme un punto d’arrivo — quei brani macinavano già da un po’ quando il disco è uscito. Per un secondo lavoro, sentivo il bisogno di andare oltre, di non rischiare di tornare su ciò che era già stato. Si tratta di fare pace con alcune cose.
Hai scelto Costello’s Records rifiutando offerte internazionali. Come si concilia questa scelta di restare con una musica che, almeno nell’immaginario, abita lo spazio — una musica senza luogo preciso?
Scegliere Costello’s è stato un atto di coraggio. Quando mandai in giro il disco, mi risposero anche etichette straniere — la possibilità c’era. Ma ogni tanto mi prende uno sprint di positività, e credo che l’Italia non sia solo fatta di persone chiuse. Credo che con l’atteggiamento giusto si possa far conoscere anche qualcosa di non immediatamente commerciale. È stato un modo per dare una possibilità al paese in cui sono nata e cresciuta. Certo, quello che faccio è molto internazionale — ma all’estero ce n’è già tanta di musica così. Ho preferito portare qualcosa di diverso in un contesto italiano. È stato un atto di coraggio anche da parte di Costello’s, che lavora principalmente con pop e indie, ma sembra che stia andando bene.
Hai qualche altro progetto per il 2026?
Vorrei suonare un po’ fuori dall’Italia. Mi piacerebbe ancora portare IN:titolo in giro — ci sono festival a cui partecipare — ma ho proprio la voglia di farlo varcare le Alpi. Il Giappone è un sogno: farò carte false per riuscire ad andarci prima o poi. Per il resto, la priorità è portare la mia musica più possibile in giro.
Articolo a cura di Michele Cornacchia
