Dopo un periodo di alti e bassi, Damon Albarn e Jamie Hewlett ritrovano il loro equilibrio artistico con The Mountain, un album ricco di collaborazioni e brani ispirati all’India e al tema della morte.
L’India tra cultura e immaginario
Negli anni ’60, l’India rappresentava per molti giovani europei un simbolo di alternativa culturale e spirituale. La controcultura guardava a Oriente come a un modello anti-sistema: i Beatles a Rishikesh, George Harrison che introdusse il sitar nella musica pop, e l’interesse per induismo, buddismo e meditazione trascendentale fecero dell’India un punto di riferimento concreto nella scena europea. Lontana ma potente, la sua spiritualità sembrava conciliarsi con la vita quotidiana in modi che l’Occidente faticava a comprendere.
Oggi, pur essendo più “vicina” attraverso simboli e filosofie filtrate dai social, l’India conserva la sua forza spirituale. Damon Albarn e Jamie Hewlett ne hanno sperimentato direttamente la potenza, riscoprendo un legame profondo con quel mondo durante le registrazioni del nuovo album.
Esperienze personali e il tema della morte
Albarn ha vissuto un momento particolarmente intimo a Varanasi, immergendo le ceneri del padre defunto nel Gange e seguendo i riti funebri locali. Contemporaneamente, Hewlett ha trascorso mesi a Jaipur per motivi familiari, vivendo esperienze intense che hanno inevitabilmente influenzato la creazione dell’album. In questo senso, The Mountain non parla solo di perdita, ma anche di dialogo con chi ci ha lasciato: da Tony Allen a Mark E. Smith, da Dave Kolicoeur a Bobby Womack, l’album diventa una conversazione con voci ultraterrene. Albarn stesso ha spiegato che, per parlare di morte, serviva chi l’aveva già conosciuta.
Un’India sonora e collaborativa
L’album è stato registrato tra Mumbai, Nuova Delhi, Rajasthan, Varanasi e altre città come Ashgabat, Damasco, Los Angeles, Miami, New York e Londra. Le collaborazioni indiane – tra cui Ajay Prasanna al flauto bansuri, Anoushka Shankar al sitar, i fratelli Amaan e Ayaan Ali Bangash al sarod, e le voci di Asha Puthli e Asha Bhosle – si mescolano alla cifra sonora tipica dei Gorillaz: la voce distorta di Albarn, le drum machine essenziali e un senso di coerenza che percorre tutte le 15 tracce dell’album.
Musica che guarda avanti
Nonostante il tema della morte, The Mountain non è un disco cupo. La leggerezza e la capacità di far muovere il corpo, marchio di fabbrica dei Gorillaz, sono ben presenti. L’album non punta alle hit immediate, ma a un equilibrio tra riflessione e energia musicale: da The Happy Dictator a Orange County, fino a The Manifesto e Damascus, la varietà di artisti coinvolti – dagli Idles a Omar Souleyman, da Johnny Marr e Paul Simonon a Trueno e Bizarrap – aggiunge un respiro internazionale e multidisciplinare.
Riscoperta e maturità
Negli ultimi quindici anni, l’ambizione dei Gorillaz aveva talvolta compromesso la loro coesione artistica. Con The Mountain, Albarn e Hewlett ritrovano la loro sintonia creativa, sostenuti dall’ispirazione ritrovata di Hewlett e da esperienze personali forti. Non sarà forse il ritorno alla imprevedibilità degli esordi o al successo commerciale di Plastic Beach, ma è il disco di una maturità finalmente raggiunta. Una rinascita che ha richiesto sfide reali: immersioni nel Gange, confronto con la morte e una scalata metaforica – e musicale – fino alla vetta.
Bentornati, Gorillaz.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
