Luglio 7, 2026
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I Deep Purple hanno superato da tempo quella fase della carriera in cui ogni disco deve giustificare la loro esistenza. SPLAT!, ventiquattresimo album in studio, arriva a meno di due anni dal precedente lavoro e ribadisce un concetto semplice: quando una band continua a scrivere perché ne sente il bisogno, e non perché deve alimentare una macchina nostalgica, il risultato si sente.

Al centro del progetto c’è ancora Bob Ezrin, produttore che negli ultimi anni è diventato una figura decisiva nel ridefinire il suono del gruppo. La formula resta riconoscibile: hard rock, venature progressive e quella raffinatezza esecutiva che solo musicisti con decenni di esperienza riescono a trasformare in naturalezza. Ma SPLAT! evita accuratamente di vivere di rendita. Non è un museo del classic rock, è un disco che prova a dialogare con il presente senza snaturarsi.

L’idea sviluppata da Ian Gillan contribuisce a dare coesione al lavoro. L’album immagina la fine dell’umanità non come un evento catastrofico, ma come un processo di trasformazione, quasi una metamorfosi. È un tema che attraversa i testi senza appesantirli e permette alla band di affrontare questioni come il tempo, la fragilità e la responsabilità collettiva con uno sguardo più riflessivo che apocalittico.

Gillan, dal canto suo, dimostra ancora una volta di conoscere perfettamente i propri mezzi. Non rincorre la spettacolarità vocale dei giorni migliori: preferisce interpretare, raccontare, dare peso alle parole. È una scelta che restituisce autenticità alle canzoni e conferisce alla sua voce un’autorevolezza difficile da simulare.

Anche la scrittura segue la stessa filosofia. Nessun brano supera i cinque minuti. Dove un tempo i Deep Purple amavano perdersi in lunghe divagazioni strumentali, oggi scelgono la sintesi. Non significa rinunciare alla complessità, ma eliminare tutto ciò che è superfluo.

Simon McBride sembra ormai aver archiviato il difficile confronto con l’eredità di Steve Morse. Il suo contributo è personale, energico e perfettamente inserito nell’economia della band. Il dialogo con Don Airey rappresenta uno dei punti più alti del disco: Hammond, pianoforte e sintetizzatori si alternano con naturalezza, costruendo arrangiamenti ricchi ma mai sovraccarichi. L’intesa tra i due restituisce quella sensazione di conversazione musicale che da sempre distingue i Deep Purple migliori.

Sotto questa architettura continua a lavorare una sezione ritmica che sembra impermeabile al tempo. Ian Paice conserva un groove impressionante, potente senza diventare invadente, mentre Roger Glover continua a fare ciò che ha sempre saputo fare meglio: scrivere linee di basso che sostengono le canzoni aggiungendo movimento e profondità. La decisione di registrare gran parte del disco suonando insieme contribuisce a mantenere un respiro organico che oggi, nell’epoca delle produzioni chirurgicamente perfette, rappresenta quasi un atto di resistenza.

Tra i momenti più convincenti spicca Arrogant Boy, un concentrato di energia che in poco più di tre minuti mette subito in chiaro le intenzioni della band. Guilt Trippin’ apre invece la porta a contaminazioni jazzistiche che ampliano il vocabolario sonoro dell’album, mentre Diablo costruisce un’atmosfera scura e cinematografica impreziosita dall’intervento di Keith Urban, ospite tanto inatteso quanto perfettamente integrato. The Lunatic, infine, rimette al centro il marchio di fabbrica Purple: riff, Hammond e una dinamica collettiva che continua a funzionare con sorprendente naturalezza.

SPLAT! non cambierà la storia dei Deep Purple. E probabilmente non ne ha alcuna intenzione. È il disco di una band che ha smesso da tempo di inseguire la propria leggenda e che continua invece a coltivare qualcosa di molto più raro: la curiosità. Dopo oltre mezzo secolo di carriera, è forse questo il dettaglio più sorprendente.

Articolo a cura di Angela Todaro

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