A quattro anni dal precedente lavoro, i Savana Funk tornano il 20 febbraio con Behind The Eyes, sesto album di inediti che segna una nuova tappa nel percorso del trio bolognese. Un disco atteso, maturato dopo un’intensa attività live che li ha portati a suonare in tutta Italia, in Europa e fino in Indonesia, consolidando la loro reputazione come una delle realtà più potenti e identitarie della scena contemporanea.
Behind The Eyes nasce da un’esigenza introspettiva, come racconta la band: uno sguardo rivolto “dietro gli occhi”, là dove prendono forma pensieri, sogni, inquietudini e visioni. Dieci tracce che ampliano il loro inconfondibile meltin’ pot di afro, funk, blues e rock, arricchito per la prima volta da tre brani cantati, tra cui la focus track “Ah Folie”, intensa ballad in francese, e il singolo “Heron”, già accolto con attenzione da radio e programmi nazionali.
Registrato per la prima volta a Bologna, città d’origine del progetto, presso il Vacuum Studio di Bruno Germano, il disco si avvale della produzione e del mix di Tommaso Colliva, scelta che sottolinea la volontà della band di espandere ulteriormente il proprio suono verso una dimensione internazionale. Un percorso coerente con le recenti collaborazioni – dall’EP firmato con Gaudi alla partnership con l’etichetta newyorkese Putumayo – e con palchi sempre più prestigiosi, dallo Sziget Festival al concerto di apertura ai Red Hot Chili Peppers al Firenze Rocks.
Parallelamente all’uscita dell’album, il trio inaugura il Behind The Eyes Tour, rinnovando quel rito collettivo che da sempre caratterizza i loro live: concerti vissuti come esperienze fisiche e liberatorie, dove corpo e suono si fondono in un’unica vibrazione. Perché se questo nuovo lavoro mostra il lato più meditativo e onirico dei Savana Funk, è sul palco che quella visione si compie, trasformandosi in energia condivisa.
Negli anni vi siete costruiti un’identità molto fisica e istintiva. In questo lavoro sembra emergere una dimensione più meditativa: è stata una scelta consapevole o una conseguenza naturale del momento?
È stato un po’ entrambe le cose. La meditatività nasce naturalmente dalla vita e dalle esperienze accumulate, ma c’è anche stata la voglia di esplorare nuovi territori. Siamo sempre stati una band selvaggia – la “savana” ce l’abbiamo dentro, nel nome e nell’anima – ma avevamo il desiderio di spingerci oltre e riflettere su ciò che vogliamo raccontare.
Arrivate da quattro anni di tour molto intensi. Quanto ha influenzato il palco la scrittura del disco?
Questa volta ci siamo concentrati sulla composizione da fermi, raccogliendo le idee con più attenzione. Dopo quattro album in pochi anni, ci siamo presi più tempo per riflettere e capire cosa ciascuno voleva raccontare, costruendo il disco con maggiore consapevolezza e maturità.
Per la prima volta inserite tre brani cantati. Cosa vi ha spinto a questo passo?
Dopo dieci anni di musica strumentale, abbiamo voluto sperimentare con la voce. Youssef, il nostro batterista, ha una bellissima voce e ha presentato alcune idee intorno alle quali abbiamo costruito un sound più vicino alla forma canzone. Due brani sono in francese, mantenendo l’impronta internazionale, e Fen è in arabo, affrontando la situazione a Gaza e temi più ampi legati alla questione palestinese e all’indifferenza verso l’orrore.
Come cambia l’equilibrio tra groove e melodia quando la voce entra nella struttura dei brani?
Avere la voce come linea melodica ci permette di dare più spazio alla chitarra e alla costruzione armonica. In brani come Autouvert, il sound è più stratificato rispetto a quelli strumentali: la voce diventa uno strumento in più, arricchendo gli arrangiamenti e creando nuove dinamiche.
Questo è il vostro primo disco registrato a Bologna. Che influenza ha avuto la città sul lavoro in studio?
Registrare a casa, vicino a Bologna, ha permesso di concentrare meglio le energie e ridurre la stanchezza dei viaggi. Ma c’è anche un valore simbolico: Bologna è un melting pot, e la nostra band riflette questa diversità culturale. Siamo cresciuti con esperienze miste: Youssef è berbero e cresciuto in Romagna, io sono mezzo ghanese e mezzo italiano, il chitarrista è mezzo veneto e mezzo siculo. Questo mix si riflette nella nostra musica.
La produzione è stata affidata a Tommaso Colliva. Cosa ha apportato al vostro modo di lavorare?
È la prima volta che lavoriamo con un produttore esterno dall’inizio alla fine di un disco. Tommaso ha contribuito agli arrangiamenti, agli accorgimenti timbrici e alla stratificazione sonora, rendendo il nostro sound ancora più ricco e tridimensionale. La sua esperienza è stata fondamentale per valorizzare la musica strumentale e dare un tocco internazionale al disco.
Suonare davanti a pubblici internazionali cambia la percezione della vostra musica?
All’estero c’è maggiore apertura verso la novità. A Londra o in Indonesia, il pubblico va alla scoperta di artisti nuovi, mentre in Italia si tende a seguire ciò che si conosce. Questo atteggiamento stimola curiosità e sperimentazione e offre un feedback prezioso per il nostro lavoro.
Il live è sempre stato la vostra cifra distintiva. Come si traduce sul palco un disco più introspettivo come Behind the Eye?
Il primo concerto all’Estragon è stato intenso ed emozionante, con il pubblico coinvolto. Abbiamo iniziato a costruire la scaletta per creare un flusso funzionale e continueremo a sperimentare nelle altre città. Il nostro obiettivo è un’esperienza collettiva, tribale e viscerale, che renda il live un vero rito di condivisione.
Dopo dieci anni di carriera, cosa significa oggi essere Savana Funk?
La vita è un continuo cambiamento: non c’è mai un punto d’arrivo. Sentiamo di rappresentare non solo un’estetica musicale, ma anche valori umani, diffondendo amore e collettività. La prima traccia del disco, Metta, significa amore espansivo, compassionevole e generoso. Nei nostri live cerchiamo di creare energia positiva, connessione e senso di comunità, elementi fondamentali in un momento storico che spinge alla divisione. La musica diventa così un veicolo per aggregazione e gioia condivisa.
Grazie mille! Vi aspettiamo a Torino e sicuramente anche a Milano.
Fantastico! Ci vediamo prestissimo. Carichissimi per lo Spazio 211.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
