Cosa succede quando da povero diventi ricco? Quando i soldi arrivano tutti insieme, troppo in fretta, e non lasciano il tempo di capire se li volevi davvero? Quando mangi troppo “senza avere appetito”? Tutto è possibile, il quarto album di Geolier, parte da qui: dal più stronzo dei mali, come lo racconta lui stesso tra le barre, il denaro. Non come riscatto, ma come frattura.
A 24 anni Emanuele Palumbo ha già vissuto più di quanto molti artisti attraversino in un’intera carriera. È diventato l’eroe di una città, il volto simbolo di un rap che ha portato il napoletano al centro della scena nazionale, riempiendo per tre volte di fila lo Stadio Diego Armando Maradona e riscrivendo record di vendite e streaming. Oggi è uno dei pochissimi ad aver “hackerato” un ascensore sociale che per quasi tutti resta bloccato tra un piano e l’altro. Ma Tutto è possibile racconta cosa accade dopo l’arrivo in cima. E soprattutto quanto può essere solitaria.
Il disco esce in un momento in cui anche Dio lo sa – Atto II continua a macinare numeri a distanza di un anno e mezzo, e con un’ambizione nuova e dichiarata: l’estero. Le collaborazioni parlano chiaro, da 50 Cent ad Anuel AA, passando per i soliti nomi forti della scena italiana. Ma il feat più significativo è quello che apre l’album: la voce di Pino Daniele nella title track, resa possibile grazie alla Fondazione Pino Daniele e alla famiglia del cantautore. Un passaggio di testimone simbolico, quasi sussurrato, che introduce uno dei dischi più emotivi e malinconici della carriera di Geolier.
Tutto è possibile è un album che parla di soldi in modo drammatico, quasi ossessivo. Non come status symbol, ma come peso. “Tt sti nummr fungn a gabbia”, “sto mangiann nu sacc senza appetito”, “sti sold fann a vit sul men bell”: il successo qui non è liberazione, è sepoltura. Manuel, dice Geolier, “è morto da una cifra”. E con lui rischia di sparire anche il ragazzo del rione, quello che oggi non può più camminare per strada senza diventare una fotografia nella gallery di un fan.
Il punto di vista è raro e scomodo: quello di chi è stato davvero povero ed è diventato davvero ricco. In Un ricco e un povero Geolier mette in scena questo cortocircuito con lucidità disarmante, raccontando due mondi che si guardano senza potersi toccare. È il cuore concettuale del disco, insieme a brani come Sonnambulo, P Forz e Desiderio, che tracciano lo scheletro emotivo di un racconto fatto di stanchezza precoce, disillusione e nostalgia. “A 24 ann m’ par 40”: una frase che suona più come una richiesta d’aiuto che come una posa.
Il contesto napoletano è fondamentale. Restare fedeli alle proprie origini è un dovere non scritto, anche quando diventa impossibile. Geolier sgomita, si difende, si giustifica: la ricchezza come conseguenza, non come colpa. Ma il rione, che è la sua anima, non permette compromessi. Non c’è spazio per la miseria dentro una supercar. E il dialogo tra romanzo di strada e romanzo borghese, qui, è teso, pericoloso, mai pacificato.
Dal punto di vista sonoro, Tutto è possibile segna un ritorno alla compattezza. Dopo un Dio lo sa ambizioso ma sovraccarico, questo disco sceglie una direzione più controllata e coerente, grazie soprattutto alle produzioni di Poison Beatz e Sottomarino. Il rap cantabile di Geolier si intreccia con rimandi alla West Coast, a Kendrick Lamar, a Dave, a un immaginario hip hop più old school, senza perdere identità.
Ci sono episodi più deboli (2giorni di fila con Sfera e Anna), pezzi radiofonici (1h), momenti street (Olé, Phantom con 50 Cent), incursioni jazzate (Desiderio), brani identitari (081) e una serie di canzoni d’amore che mostrano il lato più fragile dell’artista. Ma la chiusura, affidata a A Napoli non piove, è una vera canzone, sospesa e intensa, che porta il lato sensibile di Geolier a un livello superiore.
Tutto è possibile non è il disco della celebrazione, ma quello della consapevolezza. È il racconto di un sogno realizzato sotto un cielo che si oscura. Un album in cui Geolier prova a tenere la rotta mentre le onde si alzano, sapendo che la barca, ormai, assomiglia più a uno yacht che a un guscio di legno. E dopo gli stadi pieni e i numeri da capogiro, resta una domanda aperta: cosa c’è davvero dall’altra parte del successo?
Geolier, oggi, sembra saperlo. E forse è proprio questo il prezzo più alto da pagare.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
