Febbraio 15, 2026
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Fare i conti con il presente senza rinunciare a fantasia e innocenza. Dream Life, in uscita il 30 gennaio per Fire Records, arriva a quasi tre anni da Selva e si presenta come il disco della maturità piena di Marta Del Grandi. Non una conferma gridata o celebrativa, ma un passaggio naturale e coerente in un percorso artistico che continua a muoversi per sottrazione, raffinatezza e visione.

Il titolo potrebbe trarre in inganno: Dream Life non apre a una dimensione eterea o consolatoria. Il sogno, qui, è una zona di attrito, un territorio instabile in cui reale e irreale si sovrappongono senza mai risolversi. È lo spazio mentale del presente, frammentato e intermittente, attraversato da desideri, memorie, paure individuali e tensioni collettive. Un sogno inquieto, più che un rifugio.

Rispetto al calore organico di Selva, Dream Life sceglie una forma più asciutta e sofisticata. Le canzoni sembrano semplici in superficie, ma rivelano una costruzione concettuale più complessa, fatta di scarti, riflessi e continui slittamenti di senso. La scrittura di Del Grandi procede per immagini che si diramano in più direzioni, trovando coesione non tanto in uno stile unico quanto nella forte identità dell’autrice. È un disco che rifiuta la ripetizione e abbraccia il contrasto, nel solco di una tradizione anni ’90 in cui libertà e tensione convivevano senza bisogno di essere addomesticate.

Non a caso Dream Life viene raccontato come un album di fotografie, in contrapposizione alla pittura a olio che caratterizzava Selva. Una metafora calzante: la fotografia interroga il confine tra oggetto e immagine, tra ciò che è reale e ciò che viene rappresentato. Allo stesso modo, le canzoni del disco riflettono costantemente sul presente nascondendo la riflessione dietro la forma, sull’idea di realtà filtrata e continuamente riscritta.

Il singolo Antarctica è emblematico di questo approccio: tra suggestioni art rock e decostruzioni pop, il brano piega il tempo e il senso del presente senza mai dichiararlo apertamente. Lo stesso vale per la title track, che dietro una melodia luminosa lascia emergere interrogativi profondi su ciò che siamo e su ciò che resta, oggi, di un’idea di futuro.

Dal punto di vista sonoro, Dream Life dialoga con riferimenti importanti – da David Byrne a Laurie Anderson – evocando un immaginario fatto di funk bianco, elettronica discreta, voci che si intrecciano con strumenti a fiato. Eppure tutto resta ancorato a una dimensione intima, quasi artigianale, in cui voce e chitarra continuano a essere il nucleo generativo dei brani. È in questo equilibrio tra ambizione formale e misura espressiva che il disco trova la sua forza.

La lavorazione, avvenuta in Belgio insieme a Bert Vliegen, è improntata a un’attenta ricerca del dettaglio e a un uso consapevole dello spazio sonoro. L’obiettivo non è riempire, ma cristallizzare: scegliere cosa resta e cosa viene lasciato andare, puntando su coerenza, riconoscibilità e qualità hi-fi. Il risultato è un suono limpido, controllato, che non smussa però le asperità emotive del materiale.

Tra i momenti più riusciti spiccano Neon Lights, che richiama alcune delle tensioni più radicali dell’art pop contemporaneo, Shoe Shaped Cloud, costruita su una progressione emotiva che evita il torbido urbano per giocare sul contrasto tra onirico e reale, e Gold Mine, breve ma significativa incursione in una dimensione più futuristica e rarefatta.

Senza mai diventare apertamente politico, Dream Life assorbe l’ansia sociale e climatica del nostro tempo, lasciando che il personale venga inevitabilmente attraversato da immagini e paure collettive. Ne emerge un senso diffuso di perdita di controllo, che la musica non risolve ma rende abitabile. Le canzoni funzionano proprio perché accettano l’incertezza, senza cedere né al cinismo né alla nostalgia.

Dream Life è un disco che prova a stare nel presente senza fingere che vada tutto bene, ma anche senza indulgere nel disastro come posa estetica. Un lavoro misurato, ambizioso e profondamente coerente, che conferma Marta Del Grandi come una delle realtà più interessanti – italiane e internazionali – di questo 2026.

Articolo a cura di Angela Todaro

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