Febbraio 15, 2026
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La notizia è che il nuovo studio album dei Planet Funk – il primo dopo 15 anni d’attesa – è ormai uscito. Qui si ferma la parte di ‘fredda cronaca’, l’unico accenno di resoconto giornalistico riscontrabile in una conversazione tra ‘anime’ che, più che essere intervista prodromica alla recensione è diventata e rimasta, da subito, sincera condivisione di idee e sentimenti.

Blooom”, e cioè rinascita più che ritorno, atto di risorgimento sonoro, araba fenice che rimette in piedi la famiglia, ne cura le ferite lasciando però ben esposte le cicatrici: perché proprio quelle sono il segno vivo e continuo di chi è stato la guida di quella famiglia, il cuore di quella musica, il mastice di un collettivo che si è fatto band e poi vero clan.
Proprio per questo, Blooom non è un ritorno: non solo e non semplicemente, ad ogni modo.
È una sopravvivenza. È il suono di una band che ha deciso di non lucidare il passato, ma di abitarlo, attraversarlo, farlo esplodere lentamente in qualcosa di nuovo. Un disco che nasce da quei quindici anni di silenzio discografico e da dieci anni di vita compressa, ferita, rielaborata.

«Un percorso duro, lungo, fatto di sofferenze», dice Alex Neri senza filtri.

Non è una frase di circostanza. È una dichiarazione di metodo. Blooom è il risultato di una gestazione che ha attraversato lutti, silenzi, ridefinizioni profonde del concetto stesso di Planet Funk. Un disco che non avrebbe potuto essere diverso, perché nasce da una domanda radicale: come si va avanti quando chi ha costruito il suono con te non c’è più?
Non è un disco che chiede attenzione: la pretende con calma. Non entra a gamba tesa, non seduce con la nostalgia, non rincorre il presente. È un album che nasce dal tempo, dal peso del tempo, e lo usa come materiale compositivo tanto quanto synth, voci e ritmiche.

Incontro Alex Del Neri in una pausa di lavoro, appena uscito dallo studio, dove sta lavorando a “una cosa mia, non Planet Funk, una cosa più personale, per la mia vita da clubber.”
E’ subito è chiara la sua voglia di ascoltare e condividere, di raccontare ben più che spiegare. Alex ha la capacità fine di lasciar fluire il proprio pensiero come un’onda di mare: e allora è facile e rinfrancante farsene trascinare, nel suo andare ‘avanti e indietro’.
Perché la memoria di chi è stato con noi e non è più qui diventa vita, laddove permane e vive in chi sopravvive, e quindi se non rimane solo un ricordo fine a sé stesso. E Blooom è riconoscibile fin dal primo ascolto, ascrivibile e assegnabile da subito ai Planet Funk, proprio a quella materia e quella forma che, da Domenico Canu e Sergio Della Monica, si è trasferita a chi è rimasto a viverne l’eredità: ha un DNA preciso, perché molteplice e precisi sono stati i lasciti, le condivisioni, e il retaggio condiviso da tutti i membri di quella ‘famiglia’.
E questo lascito, questa memoria condivisa ha determinato una scelta chiara, artistica: non reinventare forzatamente il suono, ma nemmeno cristallizzarlo. Alex lo spiega con una metafora che è anche una dichiarazione poetica:

«Noi quattro abbiamo un suono. Alla fine solo chi lo inventa sa quali sono gli ingredienti. È un po’ come una ricetta: la ricetta è replicabile, anche se per forza di cose non sarà mai la stessa cosa.»

Qui sta il cuore del disco. Blooom non cerca di “suonare come i Planet Funk”, ma di essere, di incarnare i Planet Funk come sono oggi, accettando che il suono si evolva perché sono cambiate le persone, le assenze, le presenze, ma sono rimaste le emozioni, le memorie, gli insegnamenti. I synth sono meno aggressivi, più stratificati; le ritmiche evitano la bulimia del drop; la produzione lascia spazio, aria, dinamica. È elettronica che non ha paura del silenzio.

«La scelta del gruppo è stata portare avanti, anche in onore dei nostri soci, il nostro suono, la nostra visione, le nostre storie. Storie fatte di verità e di onestà intellettuale.»

Non è una posa etica, non è solo una scelta artistica: è una scelta produttiva che si fonda su un vissuto collettivo interiorizzato nel singolo. Blooom suona così perché non potrebbe suonare diversamente senza tradire chi non c’è più.
I Planet Funk non sono mai stati una band nel senso tradizionale, e oggi questa definizione è ancora più centrale.

Alex racconta una trasformazione avvenuta quasi senza pianificazione:

«Oggi persone come Dan Black – che un tempo erano satelliti – sono molto più presenti nei Planet Funk. Oggi Dan Black è Planet Funk al 100%, così come Alex Uhlmann. Questo è successo in modo quasi involontario.»

Non una sostituzione, ma una mutazione organica necessaria perché naturale, come naturale è la vita e ciò che viene dopo di essa. Un “rifiorire” anche qui, che diventa in effetti un vero e proprio fluire.

Il disco lo rende evidente: le voci non sono semplici interpreti, ma agenti sonori, elementi strutturali del racconto. Il collettivo cambia, ma il nucleo rimane:

«Il punto è il suono: è il nostro DNA, che rimane e si evolve in base a chi fa parte del collettivo in quel momento.»

In Blooom convivono epoche diverse, e non viene nascosto:

«Se senti l’album, ci sono diverse fasi degli ultimi dieci, dodici, tredici anni. È quasi un tributo a Sergio Della Monica: ci sono pezzi scritti con lui, poi rivisitati. Altri scritti con Gigi. Altri ancora dell’ultima fase con Dan.»

Questo rende il disco irregolare in senso virtuoso: non compatto per design, ma coerente per visione. Il vero scarto rispetto ai dischi precedenti non è stilistico, è esistenziale.

«La cosa principale è che non ci sono più i miei due soci.»

Eppure, Blooom non è un disco sul vuoto. È un disco sulla presenza che rimane, su ciò che prosegue in un continuum come se fosse ‘natura’, come se tra una fioritura e l’altra fosse la trasmissione delle cellule e delle particelle a garantire in solido questa continuità.

«Quando scrivo è come se li avessi ancora accanto. È come se mi dicessero cosa fare. La loro morte l’abbiamo affrontata anche con un percorso spirituale e introspettivo.»

Questo si riflette nella struttura emotiva dell’album: Feel Everything non è un singolo, è una dichiarazione di intenti. I Get The Rush è uno sfogo diretto, senza sovrastrutture:

«È il periodo in cui Gigi ha iniziato a star male. È proprio un urlo, uno sfogo. È questo. Non ho altro da dire.»

E poi, quello che non ti aspetti: La cover di Nights in White Satin, non un esercizio di stile, ma un atto di rispetto verso le “melodie eterne”, come le definisce Alex. Una scelta coerente con una visione della musica che resta centrale in tutto l’album. Ma, anche qui, con una vera dose di quel senso di ‘famiglia’ che sono sempre stati i Planet:

«Eravamo in studio — c’erano ancora Gigi e Sergio — e, come sempre accade quando lavoriamo insieme, parlavamo molto. Dal confronto nascono le emozioni, e dalle emozioni spesso arrivano le idee. A un certo punto ci siamo messi a ragionare sulle “melodie eterne”, su quanto negli anni Sessanta e Settanta la scrittura melodica fosse centrale e così strutturata.

In quei giorni stavamo lavorando a un tentativo di duetto tra Dan Black e Alex e inizialmente volevamo realizzare una cover dei Talking Heads (Psycokiller, ndr) , che già eseguivamo dal vivo. Poi, quasi per caso, da YouTube è partito Nights in White Satin dei Moody Blues: era perfettamente in tonalità con quello che stavamo costruendo in studio. Ricordo di aver detto a Gigi: “Senti come questa melodia si appoggia alla base… è incredibile”. E lui, che era sempre una sorta di antenna capace di intercettare le intuizioni giuste, ha risposto semplicemente: “Perché no?”. È nato tutto così, senza un piano preciso — pura casualità.»

Ed è qui che Blooom smette completamente di essere un prodotto e diventa documento emotivo.

«Abbiamo raccolto dieci anni di emozioni e le abbiamo buttate dentro questo disco, che si chiama Blooom. È una rinascita, ma anche un traguardo. Una semimorte per poi ripartire. È fragile, ma poi sboccia.»

Un altro elemento chiave del disco è il rapporto con lo studio come spazio etico, non solo tecnico: un luogo che diventa un non-luogo emozionale, una connessione spirituale che supera lo spazio tempo e si cristallizza nella musica come garanzia di eternità.

«Lo studio è un percorso durissimo. Mi viene in mente il documentario su Quincy Jones: fuori dallo studio c’era scritto “Leave your ego at the door”. il fatto che uno come Quincy Jones – uno dei grandi produttori se non del più grande in assoluto – scriva una cosa del genere secondo me è sintomatico. Ti fa capire l’umiltà, la profondità di una persona. E questo prescinde da ogni tipo di religione. E mi sono accorto, riguardando quel documentario, che il me stesso ragazzo ritrovò quasi la medesima cosa già dalla prima volta che entrai nello studio di Sergio e Domenico. Solo che lì c’era Jones con il suo “Leave your ego…”, mentre là mi mostrarono subito ‘La Livella’ di Totò. Un documento programmatico che in realtà era una filosofia di vita, tale e quale»

Sono frasi che spiegano molto della sobrietà produttiva di Blooom. Nessuna ostentazione tecnologica, nessun virtuosismo inutile. Anche quando Alex parla di intelligenza artificiale, il discorso è chiaro:

«Anche l’intelligenza artificiale è un tool. Se mi facesse un disco intero, mi sentirei un fallito. È una questione di coscienza, di onestà intellettuale.»

Blooom è un disco che rivendica il diritto all’imperfezione umana. un lavoro che accetta il peso della storia, personale e collettiva, e lo trasforma in suono. Non chiede consenso immediato, ma ascolto. Non cerca di piacere a tutti, ma di essere vero. D’altra parte, «Planet Funk è una storia di famiglia, di amicizia, di vita lunga.»

E Blooom è il capitolo in cui quella storia smette di guardarsi indietro per capire chi è stata, e inizia a guardare avanti per capire se vale ancora la pena continuare.

La risposta, fortunatamente, suona ancora forte.

Articolo a cura di Stefano Carsen

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