Luglio 14, 2026
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Ci sono concerti che intrattengono e concerti che servono. Quello dei Sick Tamburo all’Hiroshima Mon Amour appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Un live teso, emotivamente esposto, capace di trasformare fragilità e smarrimento in una scarica di energia ruvida e necessaria.

Dal primo colpo di batteria è chiaro che non sarà una serata “comoda”. Il suono è diretto, senza fronzoli, fedele a quell’alternative rock essenziale e melodico che Gian Maria Accusani ed Elisabetta Imelio portano avanti da quindici anni con una coerenza sempre più rara. Le chitarre spingono, i ritmi sono serrati, le parole arrivano come fendenti brevi e ripetuti, a volte più percepiti che compresi, ma proprio per questo ancora più fisici.

Il concerto è un viaggio dentro l’universo storto e profondamente umano dei Sick Tamburo, popolato da personaggi fragili, solitari, imperfetti. Figure che non cercano redenzione, ma restano. Silvia, ad esempio, corre ancora da sola: uno di quei volti che sembrano usciti dal nuovo corso della band, sospesi tra inquietudine e tenerezza, capaci di restare addosso anche dopo l’ultima nota.

Al centro della scaletta c’è il nuovo materiale, che anticipa Dementia, l’ottavo album atteso nel 2026. I brani aprono spazi instabili, raccontano la “non mente”, il disorientamento, la paura di perdersi. Canzoni che non esplodono mai davvero, ma scavano. L’effetto dal vivo è potente: un percorso emotivo discontinuo, fatto di scosse improvvise e momenti di apparente quiete, dove luce e ombra convivono senza mai annullarsi.

Ho perso i sogni”, ultimo singolo della band, è uno dei momenti più intensi della serata. Una canzone che parla di perdita e sopravvivenza, costruita su una tensione che cresce lenta fino a diventare travolgente. Il pubblico la accoglie in silenzio prima, e con partecipazione totale poi, confermando il legame profondo che i Sick Tamburo continuano a costruire con chi li segue.

Non tutto è perfetto, e forse non deve esserlo. In alcuni momenti l’acustica rende i testi meno nitidi, soprattutto per chi non li conosce a memoria. Ma è un dettaglio che non scalfisce l’impatto complessivo di uno show che punta dritto allo stomaco, senza mediazioni.

Dopo tanti anni di carriera, i Sick Tamburo restano una certezza della scena alternativa italiana. Non perché rassicurino, ma perché continuano a mettersi in gioco, a raccontare il disagio senza estetizzarlo, a trasformare il dolore in movimento. A Hiroshima Mon Amour lo dimostrano ancora una volta: il loro è un concerto che non si dimentica, perché non prova a piacere. Prova, semplicemente, a essere vero.

Photo Credits: Marco Ritoli

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