Prodotto da Golden Years e con le collaborazioni di Franco126 e Tutti Fenomeni, il disco racconta una fase di ricostruzione personale tra malinconia, ironia e pop cantautorale.
Dopo il ritorno sul palco del Festival di Sanremo con “Stupida sfortuna”, brano che gli è valso il Premio della Critica “Mia Martini”, Fulminacci pubblica “Calcinacci”, un disco che racconta una fase di trasformazione personale e artistica. Il nuovo lavoro del cantautore romano nasce infatti da un momento di frattura: una relazione finita e la sensazione di dover ripartire da zero. Da qui l’immagine dei “calcinacci”, le macerie che restano dopo una demolizione ma che, allo stesso tempo, segnano l’inizio di una nuova costruzione.
Registrato a Roma insieme al produttore Golden Years e arricchito dalle collaborazioni con Franco126 e Tutti Fenomeni, l’album è probabilmente il lavoro più compatto e narrativamente coerente della discografia di Fulminacci. Le tredici tracce si muovono tra pop cantautorale, dettagli elettronici e momenti più acustici, mantenendo una struttura sonora essenziale che lascia spazio soprattutto ai testi e alle melodie.
Il disco si apre con “Indispensabile”, un brano che racchiude bene la cifra stilistica del cantautore: ironia leggera e malinconia convivono in immagini quotidiane e quasi buffe, mentre il racconto sentimentale procede senza mai indulgere nel melodramma. Un registro simile torna anche in “Maledetto me”, che alterna dinamismo ritmico e un flusso di immagini dense, tra riferimenti urbani e osservazioni personali.
La dimensione emotiva del disco trova una delle sue sintesi più evidenti proprio nella sanremese “Stupida sfortuna”, canzone che riflette su ciò che resta dopo una relazione finita e che rappresenta uno dei momenti più accessibili del progetto. Accanto a episodi più immediati, Fulminacci continua però a coltivare il suo gusto per il racconto obliquo e quotidiano.
“Da qualche parte in Italia” utilizza la geografia come pretesto per riflettere su una relazione irrisolta, mentre “Casomai” trasforma l’attesa di un possibile ritorno in un brano dal ritmo sorprendentemente leggero e ballabile. La malinconia diventa invece più cinematografica in “Fantasia 2000”, impreziosita dalla partecipazione di Franco126, tra pianoforte e atmosfere nostalgiche.
Uno dei tratti più riconoscibili del disco resta la capacità di Fulminacci di osservare l’ordinario e trasformarlo in racconto musicale. In “Niente di particolare” la fine di una relazione viene descritta con immagini volutamente minime, quasi domestiche, mentre “Meno di zero” introduce una galleria di personaggi e situazioni con un taglio ironico che sfiora la satira generazionale.
Il tono si fa più raccolto in “Tutto bene”, episodio acustico attraversato da archi e riflessioni amare ma mai completamente pessimistiche. L’ironia torna invece in “Mitomani”, realizzata con Tutti Fenomeni, che osserva con sguardo disincantato il mondo dell’industria musicale e le sue piccole vanità.
Verso la conclusione del disco, “Nulla di stupefacente” mantiene un equilibrio emotivo sospeso, quasi dimesso, prima dell’ultimo capitolo: “L’avventura”, brano che riporta la narrazione nella dimensione romana cara al cantautore e chiude il percorso tra ricordi sentimentali, superstizioni amorose e immagini urbane.
Nel complesso “Calcinacci” segna una fase di maturazione per Fulminacci. Se nei lavori precedenti il cantautore giocava spesso con un’ironia più brillante e spensierata, qui il tono è leggermente più riflessivo, senza però rinunciare alla leggerezza che lo contraddistingue. Le fragilità diventano materia narrativa e le crepe personali si trasformano in spunti di racconto.
Fulminacci continua così a muoversi in una zona intermedia tra l’indie da cui proviene e il pubblico più ampio conquistato negli ultimi anni. Non cerca di trasformare la propria normalità in un personaggio, ma piuttosto di farne il centro delle sue canzoni. Ed è proprio in questa capacità di osservare la vita quotidiana – con ironia, malinconia e una certa dose di autoironia – che “Calcinacci” trova la sua identità più autentica.
In fondo, come suggerisce il titolo stesso, dalle macerie non nasce solo la fine di qualcosa. A volte è semplicemente il punto da cui ricominciare.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
