Francesco Guccini è uno di quei nomi che sfuggono alle etichette con la stessa naturalezza con cui hanno attraversato i decenni. Cantautore di culto, certo, ma soprattutto autore totale: uno che ha sempre scritto inseguendo la propria necessità espressiva, senza mai piegarsi alle logiche del mercato discografico. È forse per questo che, oggi, il suo canzoniere viene guardato sempre più spesso come parte integrante della letteratura italiana del Novecento.
Fra la via Emilia e il West. Francesco Guccini: le radici, i luoghi, la poetica (Hoepli, 2019) di Paolo Talanca prova a rimettere a fuoco questa statura, scegliendo una prospettiva tanto semplice quanto efficace: seguire Guccini nei luoghi che ne hanno costruito l’immaginario. Pavana, Modena, Bologna e di nuovo Pavana non sono solo coordinate geografiche, ma veri e propri snodi poetici, spazi della memoria in cui prendono forma ricordi, letture, incontri, visioni. È da lì che nasce la sua scrittura, ed è lì che Talanca va a cercarla.
Il titolo del libro rimanda direttamente a uno dei momenti cardine della carriera gucciniana: Fra la via Emilia e il West (1984), doppio live seminale che non a caso presta il nome all’intero saggio. Come ricorda Talanca, quel titolo nasce da un verso di Piccola città e rimanda alla via Cucchiari di Modena, dove Guccini è nato e ha vissuto a lungo: una strada che da un lato sbuca nella via Emilia e dall’altro finisce nella campagna aperta. “Il nostro West domestico”, lo definisce Guccini nelle note del disco. Un ossimoro perfetto, capace di condensare il cuore della sua poetica: il sogno e la realtà, l’utopia e la decenza quotidiana, l’aulico e il colloquiale, l’America immaginata e le radici contadine.
Ed è proprio da qui che il libro smonta una delle letture più pigre e persistenti del cantautore emiliano: quella che lo riduce a “cantautore politico”. Il rapporto di Guccini con la politica è sempre stato laterale, obliquo, subordinato a temi più vasti e profondi. Guccini è, prima di tutto, il cantautore del Tempo e del Dilemma. Dello straniamento, degli stati d’animo impercettibili, delle epifanie minime: la Bambina portoghese davanti all’oceano, il sognatore di Autogrill che si perde nello sguardo di una ragazza dietro al banco. Altro che slogan: la sua è una scrittura “omerica”, per usare l’aggettivo di Umberto Eco, fluviale e stratificata.
Talanca mostra con chiarezza come questo “West domestico” trovi una collocazione non casuale tra Guccini (l’album dell’utopia) e Signora Bovary (quello della realtà). Un punto di equilibrio in cui convivono fantasia e quotidianità, cultura alta e semplicità popolare, e che rappresenta uno snodo centrale nella maturazione artistica del cantautore.
Ridurre Guccini a una sola dimensione, del resto, è operazione destinata al fallimento. Le sue canzoni traboccano di sottotesti, divagazioni, vie di fuga. Anche quando sembrano muoversi su binari “di genere”, li sabotano dall’interno. Canzone quasi d’amore lo dice già nel titolo: quel “quasi” è una crepa che apre riflessioni esistenziali sullo stare al mondo, ben lontane dalla tradizionale canzone sentimentale.
Se proprio si vuole parlare di impegno politico, suggerisce Talanca, bisognerebbe guardare meno all’iconografia de La locomotiva e più a brani come Libera nos domine o alle Canzoni di notte, fino ad arrivare ai dischi degli anni Novanta. È lì che emerge un Guccini apertamente indignato, segnato da un antiberlusconismo viscerale e da un rifiuto netto della legittimazione della menzogna, figlio di una riflessione che affonda le radici negli anni Ottanta e, ancora prima, nel Pasolini della “mutazione antropologica”.
Il libro di Talanca ricostruisce così, decennio dopo decennio, l’intera parabola artistica del Maestrone: dagli esordi acerbi ma già capaci di brani-manifesto come Auschwitz e Dio è morto, passando per l’apogeo degli anni Settanta (Radici, Via Paolo Fabbri 43, Amerigo), fino alla piena maturità musicale degli anni Ottanta e ai Novanta dell’impegno civile e sentimentale. Il percorso si chiude con L’Ultima Thule, congedo struggente dalle scene e preludio alla stagione letteraria.
Corredato da fotografie, testimonianze e interviste dirette, Fra la via Emilia e il West è un saggio stratificato ma scorrevole, analitico senza essere pedante. Un ritratto d’autore ampio, a tratti inedito, che restituisce tutta la complessità di Francesco Guccini e conferma Paolo Talanca come una delle voci più solide e intelligenti.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
