Non è un libro di canzoni, ma potrebbe esserlo. Così eravamo è Francesco Guccini che torna a fare quello che gli riesce meglio: raccontare il tempo, le persone e le piccole cose che restano quando tutto il resto cambia. Cinque racconti, cinque “andare” – a scuola, al lavoro, in stazione, nelle balere, in gita – che attraversano l’infanzia e la giovinezza di una generazione cresciuta tra la guerra e il dopoguerra, fra l’Appennino e Modena.
Guccini parte da un episodio minimo e devastante: un compagno di scuola che muore troppo presto, con addosso una giacca color senape e un sorriso appena ricordato. Da lì si apre una frattura temporale: chi se ne va non vedrà la televisione, la musica che farà ballare tutti, le città trasformarsi. Chi resta, invece, è condannato – o privilegiato – a esserci stato. A vedere, a vivere, nel bene e nel male.
I racconti seguono un giovane montanaro affamato che cerca lavoro in un giornale di provincia, un redattore e un pittore coinvolti in uno scherzo notturno tanto crudele quanto indelebile, un orchestrale che suona fino all’alba nelle balere mentre un giornalista gli chiede storie piccanti di un mondo che non esiste più. E ancora, un giovane sottotenente in gita domenicale, ignaro di un disastro mancato che avrebbe potuto cambiare due destini.
Sono storie piccole solo in apparenza. Perché Guccini le riempie di dettagli che diventano simboli: un portacenere rosso, gadget di una famosa bibita pop, la musica che rimbalza tra i tavoli di una balera, i passi fatti a piedi per andare a scuola. Oggetti e situazioni che funzionano come madeleine laiche, capaci di riportare a galla emozioni intatte.
La scrittura è ironica, impietosa quando serve, ma sempre attraversata da un affetto profondo per ciò che è stato. Così eravamo assomiglia a una Spoon River in prosa, un romanzo di formazione per quadri, con la stessa densità emotiva di una canzone di tre minuti. Non c’è nostalgia compiaciuta, piuttosto la consapevolezza struggente che sì, il tempo passa e cancella, ma esserci stati è sempre meglio che sparire senza lasciare traccia.
Un libro che parla di memoria, di giovinezza e di Storia senza mai alzare la voce. E che, come le canzoni di Guccini, resta addosso perché racconta quello che siamo stati. E, in fondo, quello che siamo ancora.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
