Febbraio 15, 2026
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Ho finito di vedere “Fabrizio Corona: Io sono notizia” su Netflix e la sensazione che mi resta addosso non è quella di aver visto il racconto di un vincente, ma quello di un uomo che ha un disperato bisogno di convincere se stesso di esserlo.

Sentire Corona che si definisce ossessivamente “il più bello”, “il più intelligente”, “il più ricco” non mi comunica spocchia, ma un’insospettabile insicurezza. È come se avesse bisogno di costruire un muro di superlativi assoluti per nascondere le macerie che ci sono dietro. La docuserie, invece di analizzare il fenomeno, finisce per assecondare questo suo bisogno di certezze, vendendo l’idea che calpestare chiunque — dalle mogli ai collaboratori — sia l’unica ricetta per il successo. Peccato che la realtà ci dica l’esatto contrario: quel modello si è sgretolato da tempo, portando solo a conseguenze disastrose.

Ciò che più mi preoccupa di questo prodotto è la totale mancanza di contraddittorio:

  • L’assenza di altre campane: A parte Nina Moric (che peraltro smentisce passaggi agghiaccianti, come la gestione della sua gravidanza), sentiamo solo la versione di Fabrizio. Non è giornalismo, è un contenuto da influencer dove il protagonista si fa da solo le domande e si dà le risposte.
  • La memoria corta: Vedere Corona che minimizza gli anni di galera o si vanta di non aver imparato nulla è quasi paradossale. Ci ricordiamo tutti i suoi appelli disperati e in lacrime per ottenere la grazia; vederlo oggi farsi una risata su quei momenti suona falso e forzato.

Netflix e la casa di produzione gli hanno praticamente consegnato le chiavi della narrazione. Il risultato? Una celebrazione della furbizia che però non convince nessuno. Dire che scappare dalla giustizia sia stata un’idea geniale, o che ogni uscita dal carcere lo abbia reso “più forte”, è una narrazione che fa a pugni con i fatti.

Quello che avrei voluto vedere davvero — e che invece è stato pudicamente nascosto — è la solitudine. Dietro questa maschera da Joker imbattibile, si percepisce una sofferenza profonda e un isolamento che la regia di Massimo Cappello ha preferito non toccare, lasciando che il “personaggio” continuasse la sua recita fino all’ultimo minuto.

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