Se la prima parte di Canerandagio era una scintilla improvvisa — grezza, istintiva, quasi primitiva — questa seconda metà del viaggio segna un cambio di passo netto. Canerandagio Parte 2 è un disco più solido, più lucido, più denso. È come se Neffa avesse preso tutto il caos creativo del primo volume, l’avesse lasciato decantare, e poi ci avesse messo le mani con calma, metodo e visione.
Il risultato? Un lavoro più compatto, maturo e consapevole, dove la sperimentazione lascia spazio alla costruzione, e ogni beat, barra e featuring è lì per un motivo preciso.
Sin dalle prime tracce si percepisce che il suono è cambiato. È meno lo-fi, più stratificato, quasi “roccioso” nelle intenzioni. Se la prima parte era figlia dell’urgenza, Parte 2 è il frutto di un processo meticoloso: si sente che Neffa ha voluto fare ordine, senza però rinunciare alla sua impronta soul, funky e hip hop.
Le produzioni, sempre a firma sua, si muovono tra sample eleganti e loop ipnotici, con un’estetica più curata e coerente. I testi? Abbandonano l’improvvisazione per abbracciare strutture metriche più articolate, dove le parole si incastrano come pezzi di Rubik (non a caso, come nel titolo di una delle tracce).
L’album si divide in due anime. Nella prima metà, Neffa è protagonista assoluto: Show, Burnout, Santosubito/Rubik portano tutta la sua firma, e sono forse i momenti più efficaci del disco. Show è funk allo stato puro, Burnout viaggia su rotaie jazzate e fumose, Santosubito/Rubik è un esperimento pop/soul che funziona alla grande, e ci ricorda quanto Neffa sappia giocare con la voce e il groove.
Poi arrivano i featuring, e con loro una virata più accomodante. Non che i brani siano deboli, anzi: alcuni sono tra i più intensi del progetto, ma la tensione emotiva si fa meno tagliente, più riflessiva.
I featuring sono il cuore pulsante della seconda metà. Ogni ospite porta un pezzo di sé, e Neffa lascia spazio, senza mai sparire. Biancoenero con Jake La Furia è una confessione cupa sul potere salvifico della musica, Domani con Nayt è pura introspezione e una delle vette liriche dell’album — con tanto di citazione vintage: “devi stare molto calmo”.
Inquinare con Coez è una ballad urbana su un amore tossico e tenero allo stesso tempo. Deidellolimpo con Kaos è affascinante nei suoni e nell’immaginario, ma i due mondi vocali faticano a fondersi.
Poi c’è Uno come me con J-Ax, che punta tutto sul ritornello catchy, ma resta un po’ scolastico. Luna rossa con Mahmood è un diamante incastonato in un contesto che però non lo valorizza a pieno: bellissima, ma aliena.
Il disco si chiude con Addio insieme a Salmo: un brano diretto, crudo, come una lettera non spedita. Non c’è colpo di scena finale, ma una chiusura coerente, malinconica e sincera.
Canerandagio Parte 2 non è solo il seguito di un progetto, ma il punto di arrivo (e forse anche un nuovo inizio) di un artista che ha vissuto mille vite musicali. Neffa qui si riappropria del rap, ma lo fa a modo suo: senza nostalgia, senza imitazioni, con una voce unica e riconoscibile, che oggi suona più attuale che mai.
Un disco che racconta chi è diventato, ma anche chi è sempre stato: uno che non si è mai piegato alle mode, che ha scelto il percorso più difficile — quello della coerenza artistica.
E ora che il Canerandagio ha finito di ululare, ci resta l’eco di un rap adulto, consapevole, che sa ancora emozionare.

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
