Dopo nove album che hanno definito — e spesso riscritto — le coordinate del rock alternativo e del metal contemporaneo, i Deftones tornano con Private Music, una delle prove più solide e ispirate della loro carriera. Un ritorno che non è solo atteso, ma necessario, come se la loro musica avesse ancora qualcosa da dire in questo presente liquido e sovraccarico. E lo fa con una lucidità rara.
A cinque anni da Ohms, disco che aveva il respiro ampio dell’antologia spirituale e sperimentale, Private Music arriva come un punto fermo, una dichiarazione d’intenti più netta. C’è un senso di urgenza che si sente già dal primo brano, My Mind Is A Mountain, un’apertura potente che mette subito in chiaro come la band di Sacramento non abbia perso affatto il gusto di rischiare. Ma più che nell’aggressività – sempre presente, mai ostentata – è nell’equilibrio tra intensità e controllo che l’album trova il suo cuore. Non un ritorno alle origini, ma una rinascita lucida, consapevole, costruita senza nostalgia.
Insieme a Chino Moreno, Stephen Carpenter, Abe Cunningham e Frank Delgado, in formazione c’è ora anche Fred Sablan al basso. Ma il vero colpo di genio è il ritorno dietro il banco di Nick Raskulinecz, lo stesso produttore di Diamond Eyes e Koi No Yokan. La chimica è ancora lì, forse più forte di prima, e si sente in ogni dettaglio: negli arrangiamenti che respirano, nella produzione che valorizza tanto i momenti di impatto quanto le pause di riflessione.
C’è una tensione costante tra ciò che esplode e ciò che resta sospeso. Locked Club è pura energia, Ecdysis mescola synth oscuri a un’anima new wave che sembra uscita da una notte passata a riascoltare i Depeche Mode, mentre Souvenir e Infinite Source dimostrano come i Deftones sappiano alternare l’urto all’ipnosi senza perdere mai l’identità. È un gioco di contrasti, ma non di compromessi.
Tematicamente, Private Music riflette sulla natura — quella vera, fisica, pericolosa, e quella interiore — sulla fatica di mantenere una mentalità positiva in un’epoca caotica, e su quella voglia di oltrepassare il confine del tangibile. È un disco che parla di crescita, ma anche di desiderio. Non quello urlato, ma quello che resta sottopelle, viscerale. E non è un caso se, proprio parlando del lato sensuale del disco, Chino Moreno ha ammesso che certi sentimenti non svaniscono con l’età. Anzi, invecchiando diventano più veri. Un’eredità che arriva dritta dai suoi amori musicali adolescenziali — i già citati Depeche Mode, ma anche tutta quella sensibilità romantica che ha sempre convissuto con l’urgenza sonora della band.
Proprio questo mix di vulnerabilità e potenza, di eleganza e caos, è ciò che ha reso i Deftones un caso unico. E forse è anche ciò che li ha resi, loro malgrado, pionieri di un’estetica nuova che oggi qualcuno ha iniziato a chiamare baddiecore. Un termine nato quasi per scherzo, su internet, ma che ha preso piede tra fan e addetti ai lavori. Si riferisce a una nuova generazione di band heavy — Sleep Token, Bad Omens, Spiritbox — che fondono sonorità metalcore a un’estetica glamour, sensuale, perfettamente tagliata per le piattaforme. Un mix di “core” musicale e “baddie” attitude, che punta più sulla connessione emotiva e visiva che su un’aggressività fine a se stessa.
Intervistato su questo punto, Chino ha risposto con ironia (“C’è sempre un altro genere da cui dobbiamo scappare, no?”), ma ha anche riconosciuto che una certa sensualità è sempre stata parte del loro mondo. E il fatto che oggi vengano visti come precursori di questa tendenza non fa che confermare la loro influenza trasversale.
Nonostante tutti i tentativi passati di non essere etichettati come band nu metal, i Deftones oggi si ritrovano al centro di una riscoperta culturale che li sta rendendo rilevanti per una nuova generazione. Forse proprio perché la loro musica non è mai stata solo figlia del suo tempo. Forse perché, in un mondo in cui tutto sembra costruito per durare due scroll, i Deftones suonano ancora vivi. E Private Music è qui a ricordarcelo.

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
