Luglio 14, 2026
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All’Inalpi Arena il 25 aprile non è una data qualsiasi: è una promessa mantenuta. Fuori dal palazzetto, già nel tardo pomeriggio, l’attesa ha un suono preciso — voci che si sovrappongono, cori improvvisati, il fruscio dei sacchetti del merchandising, gruppi seduti sui marciapiedi a ripassare testi come prima di un esame. Quando le porte si aprono, è solo questione di tempo prima che tutto questo trovi un punto di fuga.

Alle 21 in punto, quel punto è il buio.

Poi una luce sola. E Blanco.

Nessuna introduzione, nessun preambolo: “Ti voglio bene, uomo” arriva subito, nuda, quasi recitata prima ancora che cantata. È un inizio che non scalda, colpisce. Da lì in avanti, il concerto prende una direzione chiara: non accompagnare lo spettatore, ma trascinarlo dentro.

Il palco è ridotto all’essenziale — linee verticali di luce, visual sobri, una band compatta — come se tutto fosse progettato per non distrarre da ciò che conta davvero. E infatti lo sguardo torna sempre lì: al corpo, alla voce, al modo in cui Blanco attraversa le sue stesse canzoni. Non sta fermo un secondo, corre da un lato all’altro cercando continuamente il pubblico, come se avesse bisogno di toccarlo per restare in equilibrio.

La scaletta tiene insieme due poli opposti senza mai spezzarsi. I brani più recenti — soprattutto quelli di Ma’ — costruiscono la parte più tesa del racconto: “Maledetta rabbia” accende il parterre con un’energia nervosa, quasi elettrica; “Ricordi” dilata lo spazio trasformando l’arena in un’unica voce illuminata dagli smartphone; “Anche a vent’anni si muore” abbassa tutto, porta il concerto in una zona più scura, dove la fragilità non è più sottotesto ma centro.

Poi arrivano i pezzi che il pubblico conosce già come riflessi condizionati. “Nostalgia” viene cantata quasi senza bisogno di lui, “Blu celeste” sospende il tempo in una distesa di luci fredde, mentre “Mi fai impazzire” riporta tutto a terra, trasformando il palazzetto in qualcosa di più vicino a una festa che a un live tradizionale.

Il momento in cui tutto converge è “Brividi”. Non tanto per la canzone in sé, ma per quello che succede intorno: un boato che non si esaurisce, una massa compatta di voci che prende il sopravvento, e Blanco che, per un attimo, si mette da parte. Non è un gesto studiato, sembra piuttosto una resa. Ed è proprio lì che il concerto trova la sua immagine più forte: l’artista al centro di qualcosa che ormai non controlla più del tutto.

Il finale cambia tono. Dopo l’onda, arriva il rientro. “Un posto migliore” e “Ma’” chiudono la serata in modo più raccolto, quasi trattenuto, come se dopo aver spinto così tanto restasse solo la necessità di abbassare la voce. Gli applausi sono lunghi, ma non esplosivi: hanno qualcosa di più continuo, meno euforico, più consapevole.

Quando le luci si riaccendono, l’impressione è che il concerto non abbia seguito una linea retta ma una traiettoria emotiva, fatta di picchi e cedimenti. Non perfetta, mai davvero stabile.

Ma è proprio questo il punto: Blanco non costruisce uno spettacolo impeccabile. Costruisce uno spazio in cui qualcosa può succedere davvero. E, per due ore, succede.

Articolo a cura di Angela Todaro

Photo Credit Gabriele Giordana

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