Luglio 17, 2026
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Nel giro di pochi anni i Bar Italia sono passati dall’essere un nome di culto dell’underground londinese a uno dei progetti più discussi della nuova scena indie britannica. Il trio formato da Sam Fenton, Nina Cristante e Jezmi Tarik Fehmi nasce nel 2020 nel quartiere di Peckham, a sud di Londra, dove i tre – vicini di casa durante la pandemia – iniziano a registrare musica in modo spontaneo, quasi domestico.

Il primo capitolo della loro storia è legato all’artista e produttore Dean Blunt, figura centrale dell’underground britannico, che li pubblica sulla sua etichetta indipendente. Da lì la crescita è rapidissima: nel giro di pochi anni la band pubblica una quantità di musica sorprendente per gli standard contemporanei, attirando l’attenzione non solo della stampa musicale ma anche del mondo dell’arte e della moda, ambienti con cui il gruppo mantiene un rapporto stretto e dichiarato.

Il loro quinto album, Some Like It Hot, pubblicato da Matador Records, rappresenta probabilmente il momento più definito della loro evoluzione. Se nei primi lavori il suono appariva fragile e volutamente abbozzato, quasi come un insieme di schizzi musicali, qui la produzione diventa più piena e stratificata. Le canzoni attraversano territori diversi: il languore britpop di brani come “Fundraiser” e “Marble Arch”, atmosfere quasi teatrali come in “Bad Reputation” o deviazioni più ironiche e sghembe come “Cowbella”.

Il titolo dell’album richiama apertamente il film Some Like It Hot di Billy Wilder, e non è un riferimento casuale. Anche nella scrittura dei Bar Italia emerge una dimensione quasi cinematografica: i tre membri si alternano al microfono raccontando storie di relazioni complicate, identità instabili e piccoli drammi quotidiani, come personaggi che osservano la stessa scena da prospettive diverse.

Una band che continua a dividere il pubblico. C’è chi vede nei Bar Italia uno dei progetti più interessanti dell’indie europeo e chi invece li considera un esercizio di stile troppo legato all’estetica. Ed è proprio dal vivo che questa ambiguità diventa più evidente.

A Spazio 211 la band sale sul palco con l’attitudine che ormai la contraddistingue: poche parole, nessuna introduzione scenografica e una presenza volutamente discreta. Il concerto inizia quasi all’improvviso, come se il gruppo volesse evitare qualsiasi rituale da rock show tradizionale.

Dal vivo la formazione si allarga rispetto al trio originale, con basso e batteria che rendono il suono più compatto e incisivo. Le chitarre di Fenton e Fehmi si intrecciano con naturalezza mentre le parti vocali passano continuamente da un membro all’altro della band, uno dei tratti più riconoscibili della loro musica.

La scaletta alterna brani del nuovo disco e pezzi del repertorio recente. L’apertura con “Fundraiser” definisce subito l’atmosfera della serata: chitarre taglienti, melodie sospese e quella malinconia disincantata che attraversa gran parte del loro catalogo. Più avanti arrivano momenti più melodici come “Marble Arch”, dove la band mostra il lato più pop della propria scrittura.

Sul palco Nina Cristante resta il centro visivo del gruppo: presenza elegante e apparentemente distaccata, quasi immobile mentre canta. Intorno a lei, Fenton e Fehmi si alternano tra chitarre e microfono, creando un continuo dialogo vocale che cambia prospettiva ai brani.

La dinamica del concerto oscilla tra momenti più languidi e improvvise accelerazioni. Alcune canzoni vengono dilatate rispetto alle versioni in studio e acquistano una dimensione più ruvida, meno patinata. È in questi passaggi che la band sembra trovare la propria energia migliore, quando l’estetica slacker si trasforma in una tensione sonora più concreta.

Il pubblico torinese reagisce con entusiasmo, soprattutto quando arrivano alcuni dei brani più riconoscibili del repertorio del gruppo. Eppure, anche nei momenti più partecipati, i Bar Italia mantengono una certa distanza emotiva dal pubblico. È una scelta stilistica precisa, coerente con l’immaginario del gruppo, ma che rende il loro live un’esperienza volutamente ambigua.

Alla fine del concerto resta proprio questa impressione: i Bar Italia non sembrano interessati a conquistare il pubblico nel modo più diretto possibile. Preferiscono restare in quella zona sospesa tra fascino e disincanto che definisce tutta la loro estetica.

Ed è forse proprio questa ambiguità a renderli una delle band più intriganti – e più discusse – dell’indie contemporaneo.

Articolo a cura di Angela Todaro

Photo Credit: Nicola Londei

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