In occasione del suo live all’Off Topic di Torino, abbiamo incontrato Anastasio, artista che continua a sorprendere il pubblico con la sua capacità di mescolare rap, melodie e uno sguardo autentico sul mondo. Tra riflessioni sulla musica indipendente, il rapporto con i social e il percorso artistico che lo ha portato fino a qui, Anastasio ci ha raccontato il dietro le quinte di un concerto che non è solo un live, ma un vero e proprio spettacolo tra teatro e musica. Una chiacchierata intensa, sincera e ricca di spunti, per capire meglio il pensiero di un artista che non smette mai di cercare la propria voce.
Ciao Anastasio, bentrovato, la prima cosa che ti chiedo è:
Secondo te cos’è cambiato davvero nel rapporto tra il pubblico e concerti post pandemia?
È cambiata la situazione: oggi ci sono tantissimi concerti, spesso con prezzi molto alti. Il pubblico dei concerti, in teoria, è anche aumentato, ma è distribuito in modo piuttosto squilibrato. Per questo motivo, per gli artisti di medio o piccolo livello è diventato difficile vendere biglietti in Italia.
Molti artisti raccontano un pubblico che ascolta ma non segue tu come vivi questa distanza tra stream e presenza?
A dire la verità, credo di avere una buona presenza nei live. I dati mostrano che le persone vanno a più concerti, ma c’è talmente tanta offerta che il pubblico è distribuito in modo disomogeneo. Alcuni club faticano a riempirsi, mentre i palazzetti sono più affollati. In sostanza, non credo che sia lo streaming la causa della “distanza” che percepiscono le persone dalla musica.
E tu ti senti più vittima o osservatore di un mercato che alla fine riduce la musica all’intrattenimento?
Non mi sono mai considerato una vittima, e non vorrei mai apparire come tale. Ho scelto di correre i miei rischi e di fare davvero ciò che desideravo. Il mercato ha le sue logiche, ma io non credo di dovermi adattare ad esse. Sarei una vittima del mercato solo se avessi accettato compromessi che non mi avessero restituito nulla. Sono tornato con un progetto indipendente, con un album che richiede attenzione e che, in un certo senso, mette alla prova il pubblico. Per questo motivo, posso dire di non essere andato incontro al sistema.
Se potessi ripensare il modo di fare un tour tu come lo costruiresti oggi fuori dalle logiche del booking, dei biglietti venduti?
Guarda, lo costruirei esattamente come sto facendo adesso con il mio tour. Abbiamo messo in piedi uno spettacolo che non è solo un concerto, ma qualcosa di più: un incontro tra teatro e musica, con un’idea precisa e una proposta artistica chiara. Con pochissimi mezzi economici siamo riusciti a realizzare uno show che funziona, forte sia visivamente che musicalmente. Credo che, in un’epoca in cui ci sono così tanti concerti, serva soprattutto questo: avere un’idea e puntare sull’originalità.
Hai mai sentito la necessità di ammorbidire la scrittura per allargare il pubblico?
Se il mio obiettivo fosse stato quello di allargare il pubblico, forse sì. Ma in realtà non è mai stato davvero quello il mio scopo. Il mio obiettivo è sempre stato creare qualcosa di bello secondo il mio gusto. Questo album non è pensato per andare incontro a qualcuno o per ampliare il pubblico: è un progetto che vuole essere un’opera completa, capace di soddisfarmi pienamente.
In un’epoca in cui molti artisti costruiscono la propria narrativa online, tu sembri restare lontano dalla spettacolarizzazione del sè. E’ una scelta o una conseguenza?
Non è che io sia completamente estraneo ai social. Semplicemente, non ho mai sentito il bisogno di raccontare la mia vita personale o di trasformarla in spettacolo. Penso che quello che voglio davvero offrire al pubblico sia la mia musica, non ciò che mangio a pranzo o altri aspetti della mia quotidianità. Uso i social come strumento per comunicare la mia musica, e poco altro.
Il rap nasce come linguaggio di lotta e oggi è spesso linguaggio di status. Dove si colloca Anastasio in tutto questo?
Utilizzo il rap come mezzo espressivo, ma se il rap non esistesse avrei trovato comunque un altro linguaggio per dire le stesse cose. Il messaggio, in fondo, resterebbe lo stesso. Il rap è semplicemente lo strumento che uso per comunicare la mia visione del mondo.
Scrivi barre molto belle, alcune sembrano delle poesie, ti è mai capitato di pensare di scegliere un altro tipo di narrazione per raccontarti? Magari come autore o hai mai pensato di applicare la tua scrittura ad altri generi?
Sì, qualcosa mi è passato per la testa. Però, la verità è che credo che il mio talento stia soprattutto nella scrittura in musica. Nel mio repertorio ci sono anche brani non rap, più melodici, quasi cantautorali. Per quanto riguarda la scrittura senza musica, al momento non ci sto pensando, ma sì, credo che potrei provarci.
Se non fossi un rapper quale sarebbe la dimensione in cui ti sentiresti più a tuo agio?
Non ne ho idea. Non vedo un’altra forma, onestamente. Non mi sono mai chiesto quale sarebbe il mio piano B. Questa è stata una cosa naturale, non è stata progettata. Mi piaceva, l’ho fatto, mi sono scoperto di essere bravo facendolo.
Quando un tour si ferma è anche un momento per fermarsi, per vedersi dentro. Tu cosa hai imparato quando eri in stop? Cos’ha l’Anastasio di adesso che quello di X Factor non aveva? O viceversa?
La cosa che ho davvero imparato è l’indipendenza, l’essere autosufficiente. Ora ho una reale consapevolezza di come gestire tutto ciò che mi circonda — dai discografici al mio manager, fino ai musicisti con cui collaboro. So come funziona il meccanismo nel suo insieme e posso fornire io stesso gli strumenti giusti per farlo funzionare. All’inizio, invece, ero stato un po’ buttato nella mischia e mi affidavo molto agli altri.
Oggi hai concluso questo progetto: se in futuro dovessi pensare a delle collaborazioni, ti piacerebbe restare in ambito nazionale o guardare anche all’internazionale? Ti è mai venuta in mente l’idea di collaborare con qualcuno?
Sarebbe bello, ma in realtà non ci penso molto a chi mi piacerebbe collaborare. Questa domanda me l’hanno fatta spesso, e non ho mai dato una vera risposta, perché credo che le collaborazioni debbano nascere spontaneamente. Certo, ci sono tante persone che stimo e allora magari uno ci pensa, ma non mi faccio piani precisi. La collaborazione, per me, non è un obiettivo finale.
Allora qual’è l’obiettivo finale?
L’obiettivo finale era creare questo album, o meglio realizzare qualcosa come questo progetto. Ora il prossimo obiettivo è replicarlo, migliorandolo. Il mio vero traguardo, in fondo, è fare la musica migliore possibile.
Il tour è già iniziato, domani sarai a Torino dove ti aspettiamo. Come sono andate le prime tappe e cosa dobbiamo aspettarci domani?
Mi sento davvero bene. Il pubblico ha risposto in modo fantastico a questo concerto, che è un progetto originale, un po’ fuori dal comune. Ho visto molta partecipazione: il pubblico si è lasciato coinvolgere in modo diverso rispetto al solito e ha dimostrato di essere pronto a entrare in questa storia con noi. Posso dire con certezza che non è il classico concerto: è un ibrido tra concerto e teatro.
Articolo a cura di Angela Todaro
Photo Credit: Aurora Biz



















Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
