Agosto 20, 2026
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Una scaletta costruita come un viaggio attraverso oltre mezzo secolo di musica, dai successi che hanno fatto il giro del mondo alle pagine più solenni della tradizione italiana. Al Teatro Romano di Pola, Al Bano ha affidato ancora una volta tutto alla sua arma più riconoscibile: una voce che continua a riempire lo spazio e a cercare il contatto diretto con il pubblico.

Ci sono artisti per i quali basta pronunciare il titolo di una canzone perché si apra immediatamente un cassetto della memoria. Al Bano appartiene senza dubbio a questa categoria e il concerto di Pola lo ha dimostrato attraverso una scaletta di oltre venti brani capace di attraversare epoche, generi e stagioni differenti della sua lunghissima carriera.

L’apertura con “Volare”, affidata inizialmente a un’ouverture, ha subito indicato la direzione della serata: non soltanto il repertorio personale dell’artista pugliese, ma un omaggio più ampio alla canzone italiana conosciuta in tutto il mondo. Subito dopo, però, spazio ai brani che il pubblico identifica immediatamente con Al Bano e con la stagione del sodalizio con Romina Power: “Ci sarà”, “Nostalgia canaglia”, “Tu per sempre”.    Poi è arrivato il momento de “I cigni di Balaka” e non è mancato il riferimento a Michael Jackson, accusato dal cantante pugliese di plagio, con la sua “Will you be here”. Un contenzioso, che si sarebbe dovuto concludere con un duetto all’Arena di Verona, ma che non è mai andato in scena.

In questa alternanza tra memoria personale e patrimonio musicale collettivo che il concerto trova il suo equilibrio. Arriva così “Azzurro”, inevitabile richiamo a un’altra delle melodie italiane più celebri, seguito da “Funiculì Funiculà”, prima di tornare al repertorio più strettamente legato alla carriera di Carrisi con “Libertà” e “Sempre sempre”.

La parte centrale offre anche momenti meno scontati e sorprendenti. Sale sul palco Yari Carrisi. Padre e figlio si uniscono in un duetto emozionante, prima che Al Bano lasci la scena a Yari per un paio di brani in acustico.

Poi arriva il momento “lirico”, in cui l’inossidabile artista snocciola ,“Il Padrino”, “Caruso”, il “Va, pensiero” verdiano, prima di accogliere la violoncellista croata Ana Rucner, con cui intona l’“Ave Maria”.

Ma un concerto di Al Bano non potrebbe vivere soltanto di virtuosismo. La sua forza resta nella capacità di mescolare registro popolare e interpretazione, leggerezza e solennità. “È la mia vita” rappresenta forse uno dei momenti che meglio sintetizzano questa doppia anima: una canzone autobiografica, orgogliosa e immediatamente riconoscibile, diventata negli anni quasi una dichiarazione d’identità artistica.

Il finale è invece costruito senza possibilità di equivoci. Prima “Nel sole”, il brano che alla fine degli anni Sessanta impose definitivamente il giovane Al Bano sulla scena italiana, poi “Sharazan” e infine “Felicità”. Tre titoli che basterebbero da soli a raccontare una parte importante della musica pop italiana esportata all’estero.

Ed è probabilmente proprio “Felicità” la conclusione più naturale possibile. Una canzone talmente entrata nell’immaginario collettivo da aver superato da tempo i confini del semplice successo discografico, soprattutto in Paesi dove Al Bano continua a godere di una popolarità straordinaria.

A Pola, dunque, più che la ricerca della sorpresa ha vinto il piacere del riconoscimento. Il pubblico è stato accompagnato dentro una lunga storia fatta di melodie familiari, ricordi e ritornelli che non hanno bisogno di presentazioni. E Al Bano, ancora una volta, ha fatto ciò che il pubblico si aspettava da lui: cantare senza risparmiarsi, affidandosi a quella voce potente e inconfondibile che, dopo tanti decenni di carriera, rimane il centro di tutto. E    a 83 anni suonati, la sua voce rimane inossidabile e, soprattutto, instancabile per tutte le due ore del concerto.

Articolo a cura di Aurelio Hyerace

Photo Credit Vincenzo Nicolello

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