Alghero, 9 agosto 2026. L’estate sarda ha un modo tutto suo di fare rumore. Prima il caldo che rimane appiccicato alla pelle, poi il vento che arriva dal mare, infine le luci dell’Anfiteatro Ivan Graziani che si accendono e trasformano Maria Pia in un enorme teatro a cielo aperto.
È qui che Il Volo ha portato il suo World Tour 2026-2027, dentro un’Alguer Summer Festival che quest’estate ha messo insieme generi e generazioni diverse. Una scelta quasi programmatica: perché Piero Barone, Ignazio Boschetto e Gianluca Ginoble sono da anni una contraddizione vivente della musica italiana. Tre voci nate nel repertorio classico, diventate pop, esplose all’estero e oggi capaci di riempire una sera d’agosto con la stessa naturalezza con cui un riff accende un’arena.
Quando arrivano sul palco, non c’è bisogno di effetti speciali per capire chi comanda. La prima cosa che arriva è la voce. Anzi, le voci. Tre timbri differenti che si incastrano, si inseguono e poi esplodono insieme. È la formula che li ha portati sui palchi di mezzo mondo e che ad Alghero trova una cornice quasi cinematografica: cielo nero, estate mediterranea e migliaia di persone davanti a un palco costruito per far sembrare gigantesco anche il silenzio.
Il rischio, con Il Volo, è sempre quello di confondere la potenza con la nostalgia. Loro invece sembrano aver capito una cosa semplice: il bel canto non deve chiedere scusa a nessuno.
Così il concerto procede alternando il repertorio che il pubblico conosce a memoria e quella teatralità vocale che è diventata la firma del trio. Le melodie prendono spazio, gli arrangiamenti allargano il suono e ogni finale sembra costruito per lasciare qualche secondo di vuoto prima dell’applauso.
E l’applauso arriva.
Arriva perché Il Volo non è soltanto un gruppo da ascoltare: è un gruppo da vedere mentre canta. C’è qualcosa di fisico nel modo in cui le tre voci si incontrano. Barone spinge, Boschetto porta peso e profondità, Ginoble aggiunge quella morbidezza capace di trasformare anche una frase già conosciuta in qualcosa di nuovo. Tre personalità che, invece di annullarsi, si moltiplicano.
Ad Alghero il pubblico non sembra interessato a scegliere tra pop e lirica, tra passato e presente. Vuole semplicemente una grande canzone cantata bene.
Ed è forse questo il punto più interessante della serata. In un’estate musicale dominata da playlist, tormentoni e concerti costruiti sulla velocità dell’attenzione, Il Volo fa una cosa quasi controcorrente: si prende il tempo.
Tempo per respirare. Tempo per ascoltare un’orchestra. Tempo per una nota tenuta più a lungo del previsto. Tempo per lasciare che una melodia faccia il suo lavoro.
Il resto lo fa Alghero.
Fuori dall’anfiteatro c’è una città che continua a vivere la sua notte di agosto. Dentro, invece, il tempo sembra sospeso. Quando le ultime note si spengono, resta quella strana sensazione che accompagna i concerti riusciti: la certezza di aver assistito a qualcosa che, per qualche ora, è esistito soltanto lì.
Il Volo riparte da Alghero con il suo carico di applausi e con una nuova conferma: il loro vero spettacolo non è soltanto il volume delle voci, ma la capacità di trasformare una tradizione italiana in un evento contemporaneo.
Il bel canto, a quanto pare, non è morto.
Ha semplicemente imparato a stare sotto le luci di un palco rock.
Photo Credit Ivan Sanna


















