C’è stato un momento in cui i Belize si sono guardati allo specchio e non si sono più riconosciuti. Così, dopo l’ultimo tour, hanno scelto di fermarsi, prendersi una pausa, e ripartire da zero. Il risultato è Phantom Favola – un disco che racconta il passaggio, spesso sgangherato e struggente, dall’adolescenza all’età adulta. Il titolo è un omaggio a un motorino – il Phantom Malaguti – ma è anche un simbolo: quello della libertà, delle prime avventure, e delle favole che ci raccontiamo per sopravvivere al caos.
Nel nuovo album c’è tutto: amori sbilenchi, la famiglia che cambia, gli amici che restano o spariscono, la depressione, la rinascita, l’ironia che salva. E poi c’è il suono: sporco, viscerale, contaminato, figlio dei ’90 ma con lo sguardo fisso sul futuro. Abbiamo chiacchierato con loro per capire meglio cosa significa ricostruirsi, perdere la bussola, e poi risalire – a tutto volume.
Avete detto che per arrivare a Phantom Favola avete dovuto “distruggere” qualcosa. Cosa vi stava stretto?
Non è qualcosa che ci stesse stretto, in realtà, però abbiamo sentito la necessità di allontanarci. Un pochino tra di noi anche, ma soprattutto dal mondo della musica, perché non non riuscivamo più a capire cosa volessimo fare noi per davvero e cosa dovessimo fare per trovare qualcos’altro. Non so come spiegarlo.
Dopo l’ultima pausa vi siete chiesti: “Chi siamo davvero?”. Quando avete trovato la risposta – se l’avete trovata – com’era?
Abbiamo capito che dobbiamo fare quello che ci piace. Prima di questo, però, dobbiamo tornare anche a capire cosa ci piace, cosa che a un certo punto non affatto è facile.
Il titolo è ispirato al Phantom Malaguti: qual è la prima immagine che vi viene in mente se dico quel motorino?
Mio cugino Michele, di 5 anni più grande di me. A 12 anni, con i miei genitori, sono andati a trovare gli zii a casa loro e lui aveva appena comprato il Phantom Malaguti. Michele è la persona che mi ha introdotto alla musica, lo stimavo molto e quando ho visto questo ragazzo andare via, coi capelli lunghi che uscivano dal casco, con gli adesivi metal e dei Nirvana attaccati al motorino, ho pensato: “È una delle cose più fighe che abbia mai visto in vita mia.”
Questo disco è pieno di vita vissuta: relazioni, famiglia, crisi, risalite. Quanto c’è di autobiografico e quanto di “favola”?
È tutto autobiografico.
“Qualcosa di nuovo” è il vostro manifesto: che effetto vi fa oggi cantarla dopo aver rotto il silenzio?
Guarda, l’abbiamo fatto per la prima volta ieri e fa davvero effetto.
In “In mio fratello è tutto a posto” si sente un’emozione pazzesca. Quanto è difficile scrivere di affetti così profondi senza edulcorare?
Paradossalmente nel mio caso è più difficile parlare con la mia famiglia di questi argomenti, piuttosto che scriverci una canzone e cantargliela in faccia.
Dio li fa ha quell’ironia da pugno nello stomaco: ci raccontate com’è nata?
È una canzone forse riferita forse al passato e ad esperienze vissute, ma direi che in questo caso è la meno autobiografica. Riguarda anche molte persone che ho intorno e che hanno relazioni a distanza che spesso poi finiscono. E poi quando ti rivedi capisci perché era nata una cosa e che, semplicemente, fare due vite separate ti allontana anche emotivamente. Ma quell’emozione invece è sempre lì, ferma.
A livello sonoro, tra chitarre distorte e atmosfere rarefatte, si sente che vi siete divertiti. Vi siete dati più libertà rispetto al passato?
Molta di più. Una delle prerogative di questo disco era che volevamo suonarlo in piedi con le chitarre distorte, mentre io all’inizio suonavo sempre seduto al pianoforte. Volevamo divertirci.
Quali sono i dischi che vi hanno fatto compagnia mentre scrivevate questo? Roba da cameretta o da autoradio?
Un po’ tutti e due. Sicuramente abbiamo riascoltato tantissimo i The Smashing Pumpkins, che sono comunque un ascolto che non va mai via. Tanto anche i Cure perché secondo noi la scrittura pop dei Cure è forse la migliore mai stata fatta e questo disco vorrebbe essere anche pop, oltre che alternativo. Abbiamo ascoltato tantissime cose, anche moderne e attuali, come i Fontaines D.C., Jim Dawson – un rapper alternativo, con delle produzioni molto particolari -, Yves tumor. Poi io ascolto sempre Lucio Dalla, che secondo me è in un modo o nell’altro è eterno. E anche i National, non riesco a fare altro che ascoltarli, notte e giorno.
Dopo un po’ di silenzio, tornate anche sul palco: MI AMI, MEN/GO, Sa*Rock. Che tipo di live sarà quello dei “nuovi” Belize?
Beh, sarà sicuramente molto più rock, rispetto al passato quando i nostri concerti erano più intimi. Ci è capitato durante il Covid di vedere la gente che suonava col pubblico seduto e pensavamo che un nostro live avrebbe potuto avere senso in quel contesto. Ecco, adesso non direi mai una cosa del genere.
Se doveste descrivere questo tour con una scena di un film, quale sarebbe?
Quando nei Blues Brothers Jack ed Elwood vedono la luce e riprendono la loro caddy per tornare a mettere insieme la banda.
Ma probabilmente sarà Locke, cioè noi in una macchina per tutto il tempo.
Vi capita mai di riascoltare i vostri primi pezzi? Che effetto vi fanno oggi?
Io non ce la faccio. Dei dischi che abbiamo fatto ce ne sono veramente quattro o cinque che ascolto e dico figata. Per quanto riguarda gli altri, invece, i testi un po’ mi cringiano perché mi sembra di averli scritti da “piccolo”, oppure mi aver cantato male.
È difficile, in realtà è bello sentire la stima di chi lo fa, perché sai che comunque vuol dire che hai fatto qualcosa di bello. Però è molto difficile guardare indietro. Ma ci sono sicuramente delle cose che salviamo.
Phantom Favola parla anche a chi si sente smarrito. Che messaggio vorreste lasciargli?
Continua a sentirti smarrito.
Phantom Favola non è solo un disco: è una presa di coscienza, una corsa a fari spenti dentro il buio per provare a capire chi si è diventati. I Belize tornano con un lavoro maturo, ruvido e sincero, che non ha paura di scavare nei ricordi e nei fallimenti, ma che alla fine sa anche prendersi in giro. Perché crescere fa male, ma non smettere di sognare sarebbe peggio. E allora su quel motorino un po’ scassato ci saliamo tutti: per perderci, forse, ma anche per ritrovarci.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
