La serata torinese alle OGR si è trasformata in un viaggio musicale di sfumature crude e viscerali, dove gli Zen Circus hanno preso per mano il pubblico, guidandolo tra le loro “vecchie ferite” e le nuove scintille del loro suono. Non potevo fare a meno di pensare alla chiacchierata che avevo avuto con la band poche settimane prima, quando mi avevano parlato di Il Male come di un disco senza fronzoli, di quelli “veri”, dove l’imperfezione è parte del messaggio. E quella sensazione mi è tornata forte quando, ieri sera, ho varcato la soglia della sala: l’energia era palpabile, l’atmosfera pronta a esplodere.
Pochi minuti dopo l’inizio, la band entra sul palco e le luci si abbassano. Parte “Il Male”, e il suono che aveva occupato le mie cuffie ora riempie lo spazio, prende forma tra le voci e i corpi che lo accolgono. È un’esperienza completamente diversa, un’esplosione di energia che avvolge il pubblico in un abbraccio sonoro senza compromessi. Quella che avevo ascoltato in solitudine è ora un’emozione collettiva. E la potenza dei “veri” strumenti e dei “veri” errori si fa sentire con forza.
Con La terza guerra mondiale e Catene, il suono diventa un corpo unico, che batte all’unisono con la sala. È in quei momenti che mi rendo conto che Il Male non è un concetto astratto, ma una lente diretta attraverso cui osservare e raccontare la realtà. Dal vivo, quella verità si amplifica, si esprime attraverso ogni nota e ogni parola: rabbia, fragilità, voglia di ridere anche quando tutto sembra perso. Ogni brano è una scatola che si apre e rivela un pezzetto di vita, di contraddizione, di umanità.
“Miao” è uno dei momenti più spontanei e genuini della serata: il pubblico la canta come se fosse un inno, e quella leggerezza che la band ci ha descritto come un’idea nata quasi per gioco, trova una connessione profonda con la gente che lo vive come un manifesto personale. In quei momenti mi chiedo se forse, anche Il Male sia proprio questo: non prendersi mai troppo sul serio, ma riuscire a toccare il fondo quando serve e saper ridere del resto.
Il concerto prosegue senza pause: Il fuoco in una stanza, Andate tutti affanculo, Ilenia, Vecchie troie. C’è una fusione perfetta tra il passato e il presente, un’energia che non conosce tempi, come dimostrano i nuovi pezzi Meglio di niente e È solo un momento, che il pubblico già canta come fossero parte della storia della band. Sono brani freschi, diretti, immediati, che trovano il loro posto naturale nella scaletta, come se avessero sempre fatto parte di quella rumoreggiante energia.
Verso la fine, la serata si trasforma in un rito liberatorio. Brani come Caronte, Figlio di puttana e Ragazzo eroe scuotono la sala, facendo esplodere tutta quella polvere che ci portiamo dietro, lasciando spazio a un’energia che purifica e rigenera. E l’encore è la chiusura perfetta: L’anima non conta è un abbraccio che sa di dolcezza e ruvidità, mentre Viva segna una fine che non è mai fine, ma un eterno ritorno alla vita, al “male” e al “bene”, nel loro essere entrambi, vivi e veri.
Il concerto finisce, ma la scia di emozioni, sudore e risate resta sospesa nell’aria. Il Male non è qualcosa da evitare, ma da attraversare. E ieri, per un paio d’ore, l’abbiamo fatto insieme, in un’esperienza che resterà nel cuore di chi c’era.
Articolo a cura di Angela Todaro

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
