Ottobre 8, 2026
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A dare il via alla serata è Giulia Mei, con un forte e chiaro “Libera, voglio essere libera.” La sua energia invade il parterre e gli spettatori iniziano a ballare fin dalle prime note al pianoforte. Il suo stile cantautoriale forte, travolgente e senza filtri si fa strada tra il pubblico, unendosi perfettamente alle armonie viscerali e vibranti che la contraddistinguono, senza mai dimenticarsi dello stampo classico che l’ha formata.

A seguirla è Lamante, intensa fin da subito. Avvolta da luci cupe e soffuse, inizia il suo set catapultando il Flowers Festival in un’atmosfera teatrale che quasi riporta ad alcuni live di Florence Welch. Sfrutta il suo stile folk-pop per restituire al pubblico l’inconfondibile energia primordiale, quasi sciamanica, che definisce i suoi brani.

A concludere la serata è Sarafine. La sua energia travolgente si impossessa del parco e dà il via al set più movimentato dei tre, riportando sul palco Giulia Mei poco prima della fine. Le mani a tempo con i beat della cassa dritta, come ricorda lei, rendono l’esperienza ancora più grezza e vera. Le caratteristiche elettroniche della sua musica, unite al dinamismo travolgente dei balli, regalano un’esperienza quasi mistica, in cui lasciarsi andare per liberarsi di ogni peso.

Le tre artiste hanno trasformato il palco del Flowers Festival in un rito ancestrale. Hanno dato vita ad un’unica emozione, condivisa all’insegna del femminismo e delle rivelazioni interiori.

Sotto il cielo di Collegno, la musica si è fatta carne e manifesto, un veicolo di liberazione collettiva che ha annullato la distanza tra palco e transenna. Quella che poteva essere una semplice successione di live si è trasformata in un viaggio in tre atti, dove le diverse sfumature del suono si sono intrecciate in un unico grande racconto di autodeterminazione e catarsi. La transizione dal classicismo ribelle del pianoforte di Giulia Mei, passando per il magnetismo oscuro e tribale di Lamante, fino ad arrivare ai loop ipnotici e alla cassa dritta di Sarafine, ha ridisegnato i confini del festival. Ciascuna con la propria impronta stilistica, ma tutte riunite sotto un’urgenza espressiva profonda, capace di scuotere il pubblico nell’anima. Le luci del festival si spengono così, lasciando nell’aria la netta sensazione che la musica, quando è così sincera, non si limita a intrattenere, ma guarisce, unisce e, soprattutto, libera.

Articolo e Foto a cura di Rebecca Miglino

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