La recensione del concerto di Morrissey ad Asti: una serata intensa tra i classici degli Smiths, i brani solisti, una band impeccabile e qualche problema organizzativo legato alla disposizione dei posti.
Ci sono artisti che salgono sul palco per intrattenere. E poi c’è Morrissey, che continua a usare il concerto come un confessionale, una tribuna, un teatro dell’assurdo e, soprattutto, il luogo in cui riaffermare la propria irriducibile diversità. Ad Asti non è arrivata una leggenda in tournée per celebrare il passato, ma un artista che, a oltre quarant’anni dall’avventura con gli Smiths, continua a vivere ogni canzone come se fosse una questione di vita o di morte.
L’ingresso in scena è privo di enfasi, quasi dimesso. Bastano però pochi istanti perché la sua voce — ancora sorprendentemente intensa — si impadronisca della piazza. Il timbro ha perso parte della leggerezza degli anni Ottanta, ma ha acquistato una profondità che rende ogni parola più incisiva. Morrissey non interpreta i suoi brani: li attraversa, li rende nuovamente presenti.
Ad accompagnarlo c’è una band affiatata e potente, capace di alternare delicate trame di chitarra a improvvise accelerazioni rock senza mai oscurare il protagonista. Il suono è pieno, dinamico, essenziale. Nessun esercizio di stile, soltanto una grande attenzione nel mettere le canzoni al centro.
La scaletta attraversa con naturalezza l’intera carriera. I brani della produzione solista mostrano il volto più maturo e spigoloso dell’artista, mentre i classici degli Smiths vengono accolti da un entusiasmo contagioso. Al primo accordo di ogni grande classico, Piazza Alfieri si trasforma in un unico coro generazionale. Non è soltanto nostalgia: è la dimostrazione che quelle canzoni continuano a parlare a pubblici di età diverse con la stessa forza emotiva.
Sul palco Morrissey resta una figura impossibile da incasellare. Ironico, teatrale, a tratti provocatorio, alterna gesti misurati a improvvise aperture verso il pubblico. Le polemiche che negli anni hanno accompagnato la sua figura sembrano dissolversi davanti alla musica, lasciando spazio esclusivamente alla forza delle sue interpretazioni.
L’unica vera nota stonata della serata è arrivata dall’organizzazione. Il biglietto indicava chiaramente un posto in piedi, ma una volta entrati in piazza ci siamo trovati davanti a una distesa di sedie. Una scelta che, con il passare dei brani, ha generato non pochi problemi di visibilità. Per quanto gli addetti abbiano cercato di gestire la situazione, il controllo è inevitabilmente saltato: a un concerto di Morrissey è naturale che il pubblico si alzi, si sposti, canti e cerchi di vivere la musica senza restare inchiodato alla propria sedia.
Viene da pensare che la disposizione delle sedute fosse stata pensata anche per offrire una piazza più ordinata dal punto di vista scenografico. Ma era una precauzione superflua. Piazza Alfieri non aveva bisogno di artifici. La vera scenografia era il pubblico stesso: migliaia di persone che si alzavano, cantavano, ballavano e sollevavano le braccia seguendo ogni canzone. Un’immagine spontanea e autentica, infinitamente più potente di qualsiasi fila di sedie perfettamente allineate.
Quando le luci si spengono rimane la sensazione di aver assistito non a un semplice concerto, ma all’ennesima dimostrazione di quanto Morrissey continui a occupare un posto unico nella storia del rock. Non rincorre le mode, non cerca di compiacere il pubblico e non addolcisce il proprio carattere artistico. Sale sul palco con la stessa eleganza malinconica che lo accompagna da decenni e lascia che siano le canzoni a fare il resto.
In un panorama musicale sempre più orientato verso spettacoli iper-prodotti e costruiti al millimetro, Morrissey continua a rappresentare un’anomalia preziosa: imperfetto, imprevedibile e profondamente umano. Ed è proprio questa autenticità ad aver conquistato Asti, regalando al pubblico una serata destinata a rimanere tra i momenti più significativi dell’estate musicale piemontese.
Photo Credit Vincenzo Nicolello















