Maggio 16, 2026
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Dopo quasi otto anni di attesa, Lorde è finalmente tornata. A 28 anni, la cantautrice neozelandese che ha conquistato il mondo con il suo “Royals” a soli 16 anni, si presenta con il suo quarto album, Virgin, e la sensazione che ci lascia è chiara: è come se avesse dato una scossa al suo passato, per rinascere in un nuovo suono, con una nuova visione.

Lorde ha sempre avuto una qualità unica: quella di guardare il mondo da una prospettiva ruvida, senza paura di rivelarsi, di esplorare i suoi conflitti interiori. Eppure, Virgin è diverso. Non è solo un altro album. È un capitolo di rinascita. La verginità a cui fa riferimento il titolo non ha niente a che fare con quella sessuale. Lorde l’ha spiegato chiaramente: è una metafora, una sensazione di rinnovamento, di ripartenza. Una versione di sé che si sveste da tutto ciò che era stato e si lascia alle spalle un vecchio capitolo.

Non possiamo non notare che, a distanza di poco più di due anni da Solar Power – un album che molti dei suoi fan hanno interpretato come una specie di stacco definitivo dal passato e dalle sue radici più pop – Lorde ha deciso di tornare alle origini. Ma non in senso retrogrado. In Virgin si ritrova il suo spirito iniziale, quello di una ragazza che a 16 anni aveva cantato la giovinezza, il materialismo e la cultura di massa in modo fresco e irriverente, ma con una consapevolezza maturata negli anni.

E allora sì, se vogliamo fare un parallelo, Virgin è come un ritorno a quella “brat girl” di Pure Heroine, ma con una maturità nuova, che non si misura più con le paure adolescenziali, ma con il coraggio di confrontarsi con la propria identità. Una ricerca che passa anche attraverso la fluidità di genere. Lorde parla apertamente delle sue esperimentazioni con il corpo e con l’identità: “Some days I’m a woman / Some days I’m a man“, canta in “Hammer”. In altre parole, Virgin è anche un disco di scoperta, una riflessione sincera su come l’artista, oggi, veda e viva il suo genere. Un viaggio che è ancora in corso e che non ha una destinazione fissa.

Il cambiamento, però, non è solo nella sua vita privata. È anche nel suono. Se in Solar Power avevamo trovato atmosfere più minimali e psichedeliche, qui Lorde esplode in un pop viscerale, fisico. La produzione di Jim-E Stack è più cruda, più energica, lontana dalla delicatezza di Melodrama e Solar Power, ma altrettanto potente. La parte ritmica di “Man of the Year” è un turbinio di bassi e batteria che quasi ti fa venire voglia di saltare. Poi c’è “What Was That”, con il suo groove psichedelico e i sintetizzatori che ti portano in una dimensione distorta, quasi onirica. Ma anche momenti più intimisti come “Clearblue”, dove Lorde si fa sentire in un’interpretazione quasi a cappella, senza filtri, mentre in “If She Could See Me Now” sperimenta con sonorità più dure e metalliche, pur mantenendo quella malinconia che l’ha sempre contraddistinta.

E poi c’è quella sensazione che ti pervade durante l’ascolto: Virgin è l’album di una donna che ha recuperato la propria energia. Le tracce sembrano fatte per correre, per muoversi senza meta, per sentirsi liberi. Non è un pop da ascoltare passivamente, ma un pop che ti fa venire voglia di agire, di vivere. È un disco che ti chiama ad alzarti e ad abbracciare la vita con tutte le sue contraddizioni, senza paura. Proprio come Lorde, che canta: “In my room we can do anything you want” in “Shapeshifter”. Questo è un album che parla di energia, di corpo e di sensualità, ma anche di incertezze e di riscoperta del sé.

Non possiamo dimenticare che Virgin arriva anche senza Jack Antonoff, il produttore che ha accompagnato Lorde per gran parte della sua carriera, da Melodrama a Solar Power. Antonoff ha contribuito a plasmare il suono e l’estetica dei suoi lavori, ma qui l’artista ha scelto di intraprendere una nuova strada, collaborando con Jim-E Stack. E il risultato è fresco, innovativo, e meno prevedibile. Stack, che ha lavorato con artisti come Haim e Charli XCX, porta un tocco di modernità che spinge Lorde fuori dalla sua zona di comfort, senza mai sacrificarne la profondità emotiva.

In questo album, c’è una consapevolezza più forte. Lorde ha messo a nudo il suo corpo e la sua anima, senza cercare scuse. Lo ha fatto in modo delicato, ma anche audace, esplorando temi come la sessualità, la ricerca di sé e la fluidità di genere. Ma lo ha fatto senza cedere mai al cliché. Ha scelto di non occupare spazi che non le appartengono, come ha spiegato in un’intervista, ma di esprimere se stessa nella sua forma più genuina. Questo è un disco che non ha paura di dire: questa sono io, anche quando ciò significa fare i conti con la vergogna e con la paura.

Alla fine, Virgin è un album di esplorazione e liberazione. Non solo per Lorde, ma anche per chi lo ascolta. È un disco che ti fa sentire vivo, che ti fa riflettere su chi sei e su cosa stai cercando di diventare. È un invito a prendere in mano il proprio destino, senza paura di cambiare, di sbagliare e di crescere.

Articolo a cura di Angela Todaro

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