Maggio 11, 2026
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A cinque anni dal suo ultimo lavoro, The Slow Rush (2020), Kevin Parker torna con il nuovo album dei Tame Impala, Deadbeat, un progetto che promette di scuotere ancora una volta le fondamenta della musica psichedelica, portandola su nuovi territori sonori e emotivi. L’uscita è prevista per il 17 ottobre e l’attesa per i fan è alle stelle. Ma questa volta, Parker non sta solo ampliando la sua esplorazione musicale; sta rivelando un lato di sé che, fino a oggi, aveva tenuto nascosto: quello più intimo, più vulnerabile, più umano.

Con Deadbeat, il guru australiano della psichedelia elettronica ha scelto di fare un passo oltre, abbracciando le influenze della scena rave e bush doof (le mitiche feste danzanti all’aperto nel cuore della natura australiana), ma senza mai perdere quella cifra stilistica che lo ha reso unico. Il risultato? Un mix esplosivo di groove avvolgenti, psichedelia distorta e un’atmosfera che si muove tra l’onirico e il meditativo.

La curiosità attorno al nuovo lavoro cresce anche grazie alla presenza del singolo Loser, secondo estratto dopo End of Summer. Mentre quest’ultimo ci ha portato dritti negli anni ’90, con echi di acid house e atmosfere rave a cielo aperto, Loser si presenta come un pezzo più introspettivo, incentrato su un groove lento e stratificato che flirta con il funk psichedelico. Non è un brano che scuote la pista come il primo singolo, ma colpisce dritto al cuore, con quella malinconia che diventa catartica. Il video, diretto da Kristofski e interpretato dall’attore e musicista Joe Keery, incarna perfettamente l’idea di Deadbeat: una riflessione sulle sfumature nascoste delle emozioni quotidiane, tra disillusione e ricerca di un equilibrio tra creatività e vita familiare.

Proprio quest’ultimo è uno dei temi principali di Deadbeat. Se in The Slow Rush Parker aveva affrontato il concetto del tempo, nel nuovo disco è il piccolo, quasi invisibile flusso delle emozioni quotidiane a fare da protagonista. Non sorprende, quindi, che la copertina dell’album mostri un ritratto di Kevin Parker con la figlia Peach, un’immagine che va ben oltre il semplice scatto familiare. Diventa un simbolo potente, una dichiarazione visiva del conflitto interiore di Parker: come riuscire a bilanciare la carriera musicale, la sua ossessione per la perfezione sonora, e il desiderio di essere un buon padre.

Il disco è stato registrato in diversi studi sparsi per l’Australia, tra Fremantle e l’incredibile Wave House a Injidup, luogo che sembra quasi essere il riflesso sonoro delle atmosfere di Deadbeat. Se il groove e i ritmi da rave sono in primo piano, il cuore del progetto è l’esplorazione interiore, un viaggio che trova nel concetto di “automedicazione” la sua chiave di lettura. Deadbeat non è solo musica da ballare, ma un antidoto all’ansia, un modo di affrontare il caos interiore attraverso il flusso e l’euforia dei suoni.

Parker, in questo disco, non si limita a sperimentare con la musica: diventa uno sciamano del futuro, creando paesaggi sonori che sono al contempo moderni e primitivi, ricchi di tensioni e rilassamenti, di groove ipnotici che si fondono con un’emotività che raramente aveva messo così in evidenza. Ogni brano è un piccolo universo a sé, una riflessione in musica sul tema della frustrazione di non riuscire mai a “essere tutto”. Un concetto che, in fondo, accomuna tutti, ma che, con il suo approccio viscerale e senza filtri, Parker trasforma in un viaggio sensoriale unico.

Da sempre noto per il suo approccio minuzioso alla produzione e per il suo talento nel creare paesaggi sonori che travalicano i confini di qualsiasi genere, Kevin Parker è un nome che, negli ultimi dieci anni, ha lasciato un’impronta indelebile nella musica contemporanea. Oltre al suo lavoro con i Tame Impala, è stato richiesto come produttore e autore per artisti del calibro di Dua Lipa, The Weeknd, Lady Gaga, Travis Scott, Gorillaz e molti altri. Eppure, Deadbeat rappresenta il ritorno alle origini, alla sua visione più pura e personale.

Con Deadbeat, Tame Impala ci porta dentro un viaggio psichedelico che, più che mai, esplora il rapporto fra il sé e il mondo esterno, dove la danza diventa metafora di una ricerca incessante di equilibrio e serenità. Non è solo un disco da ascoltare: è un’esperienza. E siamo pronti a viverla.

Articolo a cura di Angela Todaro

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