Succede qualcosa di profondamente disarmante quando vivi un concerto di Venerus. Non è solo la qualità, indiscutibile, della sua musica, né soltanto quella capacità rara di fondere soul, elettronica e canzone d’autore in un linguaggio personale e riconoscibile. È piuttosto una forma di presenza: fragile e intensa, trattenuta e al tempo stesso totalizzante.
Ad accoglierti è il palco del Teatro della Concordia pieno di strumenti, velati dalla presenza di una tenda finemente retata che, sin dall’inizio del concerto, concede la proiezione di immagini attraverso cui Venerus ci racconta l’intento della performance: con una coreografia di abbracci, di abbandono e di libertà ci invita a lasciarci andare alla musica e alla ricerca dell’amore.
E così dà il via alle prime note. Ogni brano sembra perdere i contorni rigidi della versione registrata per diventare organismo vivo, che respira insieme al pubblico. Le canzoni si dilatano, si piegano, si concedono deviazioni improvvise, lasciando spazio a momenti quasi sospesi, in cui il tempo sembra rallentare. È in questi interstizi che emerge la vera forza del progetto: un coinvolgimento emotivo che non ha bisogno di essere urlato.
Venerus canta a tratti con gli occhi chiusi, a tratti con le braccia sospese. C’è una bellezza sottile nella sua musica, una malinconia luminosa che attraversa tutto il live senza mai appesantirlo. Anche nei momenti più intimi, non c’è chiusura, ma apertura da cui traspare la necessità di esprimere se stesso e la propria fragilità, facendole diventare, contro il paradosso del presente, forza e bellezza.
Passa da un brano all’altro con disinvoltura, non forza la mano, non rincorre l’applauso. E proprio per questo lo ottiene, in una forma più autentica, più profonda. Quando le note dolci vengono convertite in tratti elettronici, barre rappate e derive disco (con il brano “IoxTe”) ti accorgi che il pubblico non è semplicemente spettatore, ma parte integrante del concerto, e si nota tra la folla una moltitudine di reazioni: c’è chi canta, c’è chi ondeggia, chi sorride, chi piange e chi balla. L’artista stesso ci invita più volte a godere del presente, a lasciare andare i cellulari per tenere il ritmo con le mani e condivide il palco e il microfono con una fan che canta insieme a lui.
Dopo aver vissuto e attraversato un percorso che non è più personale dell’artista ma comunitario, ci si accorge che in un panorama spesso affollato da urgenze gridate e identità costruite, il concerto di Venerus si impone per sottrazione. È un invito ad ascoltare davvero, a rallentare e a correre contemporaneamente, a lasciarsi attraversare per poi esplodere nella piena coscienza di sé. E quando finisce, resta addosso una sensazione difficile da definire sebbene riconoscibile: quella di aver assistito a qualcosa di sincero.
Articolo a cura di Benedetta Capobianco
Photo Credit Nicola Londei




















