Luglio 27, 2026
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L’Ypsigrock è una lunga sequela di riti, racconta chi c’è già stato. Arroccato sulla sua comunità, proprio come Castelbuono si stende arroccata sulla roccia a pochi chilometri dalla costa di Cefalù, questo progetto arrivato alla sua ventinovesima edizione è ancora legato all’essenza stessa dei boutique festival: festival destinati a un pubblico più ristretto, coerentemente con la capacità del luogo che li ospita; dediti a una costante ricerca musicale, di cui a Castelbuono possono essere orgogliosi, avendo portato in Italia tanti, tantissimi gruppi di enorme valore, spesso in esclusiva; attenti alla gestione ambientale della musica dal vivo, alla sostenibilità delle proprie scelte, ai rapporti con chi abita tutto l’anno in questi luoghi, e che del festival deve diventare parte integrante, più che padrone di casa permissiva.

Arriviamo tardi, mentre risaliamo via sant’Anna, una delle principali di Castelbuono, diretti verso il castello. Il fermento del paese è visibile e assaporabile in ogni angolo lungo tutte le giornate del festival: piazzette e ristoranti sono affollati da una comunità variopinta e coloratissima di amanti della musica, che nel pomeriggio abbiamo scorto in piazza Margherita mentre danzava gioiosa seguendo le note di un piccolo club di anziani. A sera scansiamo di corsa la stessa comunità mentre andiamo al castello, dove già da parecchio Milo Korbenski ha iniziato a suonare. Entriamo sulle sue ultime note, mentre la folla, più serrata e concentrata di quella festaiola in giro per il paese, lo ascolta rapita dal selciato e dalle scale stese ai piedi del castello.

Pochi minuti per il cambio palco, mentre il pubblico si allontana per una birra o per cercare le magliette ufficiali del festival – andate a ruba, purtroppo! – e tocca alla seconda ospite di questa quarta e ultima giornata del festival: è la belga Sylvie Kreusch, classe 1991, che arriva vestita di una sorta di pelliccia bianca, bianchissimi stivali e una carica energica invidiabile nelle calde sere di agosto. La circondano i suoi tanti musicisti, piccole orchestrina che per tutta la scaletta segue i movimenti schizofrenici di Sylvie con le note delle sue canzoni.

Sul palco Sylvie Kreusch si muove con naturalezza controllata; la voce è il centro magnetico della sua proposta: misurata, a volte fragile, altre volte squillante, sempre in equilibrio tra precisione e abbandono. Gli arrangiamenti alternavano momenti scarni, dominati da chitarra e synth morbidi, a passaggi più pienamente orchestrati, con bassi profondi e percussioni che spingono la dinamica dei pezzi senza mai sovrastare le linee vocali.  Quello di Kreusch un pop denso di atmosfera, teatrale e spesso sperimentale: canzoni costruite attorno a una voce fumosa e elegante, melodie tese e arrangiamenti che alternano synth morbidi, chitarre eleganti e piccoli dettagli orchestrali. La scaletta si concentra sul suo secondo e ultimo album, Comic Trip, da cui ricava alcuni dei momenti più intensi del suo concerto: la nervosa e intensa Please to Devon, su cui la sua energia irrompe mentre solca il palco avanti e dietro; la più sognante e delicata Walk walk, ballata che arriva a metà concerto per rilassare i corpi; la conclusiva Comic trip, che chiude il suo set con una batteria serratissima. Chiusura perfetta per quello che, probabilmente, a fine serata si rivelerà essere il set più completo e divertente della giornata.

Dopo lo spettacolo costruito da Sylvie Kreusch e dal suo gruppo, difficile trovare una degna continuazione; bravi, bravissimi nella direzione artistica dell Ypsigrock, a chiamare e inserire i  Public Service Broadcasting a metà serata: il gruppo inglese, arrivato al suo quinto album lo scorso anno con The last flight, ha saputo spostare la serata verso un orizzonte più cinematografico e narrativo, portando a Castelbuono il suo rock fortemente elettronico, ritmico, matematico. La loro cifra è nota: costruire pezzi che dialogano con archivi sonori, filmati e campionamenti — trasformando storie e documenti del passato in architetture sonore contemporanee. Nell’ora di musica con cui divertono il pubblico del castello, suonano dodici dei loro brani, con una scaletta che alterna spigoli ritmici ai limiti del ballabile e ampie dilatazioni melodiche; le proiezioni sullo sfondo, parte integrante del loro show, hanno aiutato a tenere il racconto compatto, come se ogni brano fosse un capitolo di un documentario sonoro,. quale la musica dei Public Service Broadcasting è L’effetto, qui nel cortile dell’Ypsigrock, è stato quello di proiettare piccole scene di storia dentro l’acustica delle mura, lasciando il pubblico sospeso tra suggestione e partecipazione. La parte iniziale della scaletta si concentra sull’ultimo disco del gruppo, con la divertente e leggera The fun of it che lascia man mano spazio ai classici del gruppo: Spitfire, Gagarin, la conclusiva e delicata Everest. Quando il concerti dei PSB arriva alla fine, il pubblico esce dal suo stato di trance, accecato dai filmati d’epoca della BBC, dalle storie epiche che il gruppo pesca dai suoi inizi nella Storia, dalla sua ricetta sonora complessa ma semplice, quasi essenziale nella sua compattezza.

Tocca chiudere degnamente la giornata e il festival, arrivati a questo punto. L’arduo compito spetta agli English Teacher, il giovanissimo gruppo inglese che con il suo This could be Texas ha recentemente vinto il Mercury Prize, il più importante premio del settore in Gran Bretagna. La band ha portato un’energia diversa: più scheletrica, talvolta nervosa, con melodie che non rinunciano però a ganci immediati, quando gli arpeggi e le trame intricate di basso e chitarra lasciano spazio all’irruenza del punk, al pogo, alle emozioni più vivide. Il quartetto, venuto fuori dalla scena indie britannica, è capace di alternare lampi di chitarra tagliente a passaggi parlati o quasi poetici, costruendo canzoni che suonano familiari e al tempo stesso leggermente disallineate rispetto alle etichette semplici del post-punk. Merito della preparazione tecnica e delle capacità compositive dei ragazzi, così come dell’innata capacità di conduzione e direzione della cantante Lily Fontaine, calata nel loro set in una versione coi jeans e furente della già citata Sylvie Kreusch. La loro performance è stata un esercizio di carica collettiva — pezzi che montano tensione e poi la rilasciano in cori o accenti ritmici, e una voce frontale che dialoga con la band come una narratrice impaziente. Menzione d’onore per una versione velocizzata e allucinata di The World’s Biggest Paving Slab in apertura, per Broken Biscuits, per la quasi conclusiva Nearly daffodils.

Finiscono i live, con l’orologio vicino alle 2, anche il programma del festival continua ancora con i dj set finali per una lisergica festa nel campeggio dell’Ypsigrock. Tutti i frequentatori di Castelbuono, però, sanno che il rito finale, quello che chiude ogni edizione augurando di ritrovarsi nello stesso cortile l’anno successivo, è un altro: divertente, divertito, fracassone. Viene annunciato dall’improvvisa irruzione di decine di figuranti vestiti a Natale, che distribuiscono panettoni a destra e sinistra, mentre un Babbo Natale arriva al centro della folla nel cortile. Ci sono ancora gli English Teacher sul palco, mentre dalle casse parte una delle melodie più famose, cantante e simboliche dei nostri anni. Il rito finale del festival, di un festival costruito su di una comunità di abitanti e fedelissimi e appassionati uniti da una forte convivenza, è significa di come si possano fare bene le cose, con serietà, e altrettanto seriamente si può restare buffi e scanzonati, in questo atto d’amore alla musica che è l’Ypsigrock. Come si può definire, se non così, l’idea di chiudere cantando tutti insieme All I want for Christmas is you?

Articolo a cura di Michele Cornacchia

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