Tutte parlano di “donne nel rap”, ma quante lo fanno davvero?
In Italia ce n’è una sola che tiene il microfono come si deve, sputa barre vere e regge il palco senza filtri. Il nome? Anna.
Non Rose Villain, che canta. Non Madame, che scrive. Ma Anna, che rappa.
E il fatto che nessuno lo dica abbastanza dice molto più di quanto sembri.
Negli ultimi anni, nel panorama musicale italiano, si è sentito spesso parlare dell’aumento delle presenze femminili nel mondo rap e trap. Un fenomeno che, sulla carta, sembra incoraggiante: più artiste, più varietà, più rappresentanza. Ma se scaviamo un attimo sotto la superficie, ci accorgiamo che non tutte quelle che vengono etichettate come “rapper” lo sono davvero.
Prendiamo ad esempio Rose Villain. A livello discografico è innegabile che abbia spaccato: ha uno stile definito, una produzione curatissima, una presenza scenica potente. Il suo disco Radio Gotham è stato un successo anche di critica, e la sua estetica dark-pop, a metà tra Milano e New York, ha aggiunto una bella dose di internazionale alla scena italiana. Ma la domanda è: sta davvero facendo rap?
La risposta è: non proprio. Rose Villain canta, sperimenta, scrive bene, ma non rappa nel senso più tecnico e autentico del termine. È una performer completa, certo, ma la sua musica appartiene più all’universo urban-pop che a quello del rap “puro”. E allora, se vogliamo parlare di donne che fanno rap davvero, dobbiamo guardarci altrove. E il nome che emerge con forza, sopra tutti gli altri, è Anna.
Anna Pepe, in arte semplicemente Anna, è oggi forse l’unica donna in Italia che può davvero dire di fare rap. Rap vero. Rap che funziona anche dal vivo, non solo su disco. Rap fatto di barre, flow, presenza, tecnica e attitudine. Dopo il boom di Bando nel 2020, tutti la davano per meteora. Una hit estiva virale, niente di più. Ma lei, invece di sparire, ha lavorato in silenzio e con continuità, tirando fuori un progetto dietro l’altro, fino ad arrivare nel 2024 a pubblicare Vera Baddie, il suo primo album ufficiale.
L’album è stato un successo commerciale, ma anche una dimostrazione di forza: Anna non solo regge la scena, ma la comanda. I suoi brani sono banger, il suo stile è riconoscibile, e soprattutto non ha paura di mostrarsi per quella che è: una ragazza giovane, con un’attitudine aggressiva, che usa le sue rime per prendersi quello che le spetta. E lo fa senza scimmiottare gli uomini, ma senza nemmeno ammorbidire il tiro per piacere a tutti i costi.
Dal vivo, poi, è forse l’aspetto più interessante: Anna le barre le sa portare anche on stage, e non è una cosa da poco, in un’epoca in cui molti artisti (uomini compresi) fanno fatica a tenere il palco senza autotune.
Un’altra figura femminile che ha guadagnato un rispetto enorme all’interno della scena è sicuramente Madame. Qui il discorso si fa più complesso, perché Madame è un’artista molto particolare, a metà tra cantautorato urbano e rap lirico. Ha una penna incredibile, un’identità forte e uno stile tutto suo. Ha collaborato con tutti – da Marracash a Sfera Ebbasta – e proprio il fatto che Marracash l’abbia voluta in tour al suo fianco per cantare “L’anima” (brano intenso e centrale nel disco Noi, Loro, Gli Altri) è stato un segnale fortissimo: una sorta di riconoscimento implicito, quasi un coronamento artistico.
Madame ha una cifra unica, e la sua musica – seppur spesso lontana dal rap più tecnico – si muove dentro quel mondo con profondità. Ma se parliamo di rap come attitudine, live, barre e impatto frontale, il suo è un altro registro rispetto a quello di Anna.
Ma anche con lei il confine è sfumato. Madame non è una rapper nel senso classico del termine: scrive testi profondi, a volte in forma di rap, ma la sua musica è spesso melodica, poetica, contaminata. E va benissimo così. Ma se parliamo di attitudine da microfono, di rap come tecnica e cultura, siamo su un piano diverso da quello di Anna.
Lo stesso vale per artiste come Chadia Rodríguez, Beba, o M¥SS KETA. Tutte interessanti, tutte portatrici di identità forti, tutte capaci di fare pezzi che funzionano. Chadia ha portato la trap sexy e provocatoria in prima linea, Beba ha uno stile più conscious e ha sempre mantenuto la sua integrità artistica, mentre M¥SS KETA è diventata un simbolo con la sua estetica e la sua teatralità. Ma di nuovo: il rap è un’altra cosa.
Detto questo, sarebbe un errore pensare che il futuro non abbia già qualcosa da dire. Anzi. C’è una nuova generazione di ragazze che sta arrivando con fame, tecnica, presenza. Alcune sono ancora in fase embrionale, ma altre cominciano già a far rumore. E tra tutte, una spicca per talento, credibilità e urgenza espressiva: Ele A.
Ele A è una voce nuova, ma già piena di sostanza. Ha un timbro riconoscibile, un modo sincero e diretto di stare sul beat, e soprattutto scrive con una consapevolezza rara per la sua età. È meno costruita, meno patinata di molte sue coetanee, ma è proprio questa autenticità che la rende credibile. L’hanno notata in tanti, non solo per lo stile, ma per la fame di dire qualcosa. Nei suoi pezzi si sente che non è lì per fare scena, è lì perché ha qualcosa da sputare, da raccontare, da rivendicare. E nel rap, questo è ancora tutto.
Se oggi Anna è l’unica figura consolidata del rap femminile italiano, Ele A è una delle poche che potrebbe davvero raccoglierne il testimone. Ma non per somigliarle. Piuttosto per affermare una nuova voce, diversa, personale, che ha già capito bene che per stare in questo gioco servono più rime che pose, più sostanza che storytelling da copertina.
E allora sì, forse oggi c’è una sola vera rapper donna in Italia.
Ma se si continua su questa strada, potrebbero diventare di più, e presto.

Dalla sicilia con furore (come una Bruce Lee della musica), trasportata da tutte le note del pentagramma in tutto quello che è musica. Mi troverai sempre sottopalco.
