Febbraio 15, 2026
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C’è qualcosa di profondamente coerente nel vedere gli Skiantos salire sul palco di Hiroshima Mon Amour nel 2026: non tanto un’operazione nostalgia, quanto la conferma che certe band non appartengono a un’epoca, ma a un’attitudine. Bologna, il ’77, il rifiuto delle liturgie del rock impegnato: tutto questo riaffiora, ma senza il bisogno di essere spiegato. Gli Skiantos ci sono, suonano, provocano. E basta così.

Il live torinese è un concentrato di quello che la band è sempre stata: rumore, ironia, nonsense, una violenza gentile contro qualsiasi forma di seriosità musicale. Non è solo una scaletta di canzoni, è una postura culturale. Gli Skiantos non chiedono attenzione, la sabotano. E proprio per questo la ottengono.

Negli ultimi giorni, complice una nuova generazione di performer che giocano con l’assurdo e con l’identità scenica, una parte della critica ha iniziato a tirare in ballo il nome degli Skiantos per spiegare fenomeni contemporanei. Tra questi, Tony Pitony è forse il più citato. Un paragone che funziona solo se ci si ferma alla superficie.

Tony Pitony è figlio di un’epoca diversa: quella dei social, dell’estetica iper-consapevole, della performance che nasce già pensata per essere ripresa, condivisa, commentata. Il suo lavoro vive di maschere, di teatralità esplicita, di un rapporto diretto con il pubblico mediato dallo schermo. La provocazione, qui, è parte di un sistema comunicativo che chiede riconoscibilità immediata.

Gli Skiantos, al contrario, nascono per disinnescare il sistema. Il loro rock demenziale non è un genere comico, ma un gesto politico non dichiarato: rifiutare il messaggio, rifiutare la forma, rifiutare persino l’idea di “bravo musicista”. Portare sul palco il caos, l’errore, la noia, l’insulto, l’anti-spettacolo. Non per costruire un personaggio, ma per far saltare il meccanismo.

È qui che il confronto con Tony Pitony mostra i suoi limiti. Se Pitony usa la performance per affermare un’identità, gli Skiantos l’hanno sempre usata per negare qualsiasi identità stabile. Dove oggi c’è costruzione dell’immagine, allora c’era distruzione dell’immagine. Dove oggi c’è ironia consapevole, allora c’era un’ironia pericolosa, sporca, spesso scomoda anche per chi la faceva.

Durante il concerto, questa differenza si sente tutta. Non c’è nostalgia patinata, non c’è celebrazione ordinata del passato. C’è piuttosto la sensazione che gli Skiantos siano ancora lì a ricordare una cosa semplice e scomoda: che il rock può essere inutile, idiota, fastidioso — e proprio per questo profondamente libero.

Forse è per questo che continuano a essere chiamati in causa quando si parla di artisti come Tony Pitony. Non perché gli assomiglino davvero, ma perché rappresentano un’origine irrisolta. Un punto zero a cui tornare ogni volta che la provocazione rischia di diventare solo stile.

A Hiroshima Mon Amour, gli Skiantos non dimostrano nulla. Non ne hanno bisogno. Suonano come sempre, e nel farlo ribadiscono una lezione che resta attuale: l’ironia, quando è davvero radicale, non chiede paragoni. Fa rumore, disturba, e se ne va.

Articolo a cura di Angela Todaro

Photo Credit: Marco Ritoli

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