Agosto 20, 2026
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Avreste mai immaginato di vedere Piero Pelù sventolare un grande tricolore nel bel mezzo di uno dei dirompenti concerti rock dei Litfiba?

Questo accade dentro lo spettacolo in tour estivo questa estate, a quaranta anni dall’uscita dell’album 17 Re, ed è un segnale notevole di qualcosa che merita attenzione.

Quando nei lontani anni ’80 i Litfiba si affermavano con decisione tra le grandi band del rock italiano, il mondo era in grande trasformazione e i processi di quel periodo alimentavano speranze di importanti cambiamenti, per un mondo desideroso di pace, diritti e libertà. Anni di grandi rivoluzioni politiche e culturali, di crescita nei processi dell’integrazione europea e nella coscienza collettiva dei diritti.

Quaranta anni dopo, quel periodo rischia di passare alla storia come una parentesi illusoria di speranze evanescenti, in ragione della realtà di un mondo dove le guerre sono tornate a fare parte della cronaca quotidiana, le grandi democrazie mostrano di stare in stato di sofferenza e i destini del globo sembrano stare alla mercé di una ristrettissima élite di potere tecno-politico-finanziario che mostra di fare e disfare a suo piacimento.

E di fronte a tutto questo anche la situazione italiana, messa allo specchio di quei quaranta anni, mostra di non stare in salute e aver percorso una parabola discendente: non solo in termini di declino di ruolo internazionale, ma soprattutto in termini di perdita di fiducia riguardo alle possibilità di alimentare i grandi discorsi sulla pace e il rispetto dei diritti, di abbandono a fenomeni istintivi di chiusura e di appannamento della stessa memoria storica collettiva.

Portare sul palco il tricolore significa, dunque, tornare a dire chiaro che esiste e c’è una forza ancora viva nel cuore della nazione che non si rassegna a rinunciare a lavorare e a impegnarsi a favore di quei grandi valori che, oltretutto, stanno a segnare la matrice degli ideali di convivenza su cui si basa la Repubblica: libertà, pace, ripudio ‘senza se’ e ‘senza ma’ della guerra, tolleranza, solidarietà giustizia.

Sicché, quaranta anni dopo, è più urgente che mai tenere dritta la rotta e, anche attraverso la musica, tornare a dire a voce alta quelle cose che risultano necessarie per determinare il senso di marcia di una comunità-mondo, risucchiata da drammatiche pulsioni regressive.

L’energia, la carica, l’intensità del rock portati sul palco non lasciano spazio a nostalgie di sorta: quella potenza di suono è qui, adesso, viva, forte, tagliente. I decibel si alzano e l’arena Villa Bellini gode di una performance musicale generosa e convincente, con tutta la band in brillantissima forma e in grande spolvero, a restituire al pubblico una scarica di vitalità entusiasmante.

Se i tempi si fanno duri, allora più che mai è necessario sostenere un pensiero critico: un pensiero di resistenza e di impegno. Di fronte a un mondo ‘ a rischio’, per il declino del sentimento democratico e per il crescente appeal degli stili autoritari, il silenzio vale solo come complicità.

La musica dei Litfiba parla, dice, racconta, anima e incoraggia: lungo il filo della storia c’è da recuperare una direzione di percorso su cui continuare a insistere.

Il pubblico che di quella storia è parte, è ancora lì: numeroso, appassionato, deliziato da una serata di trasporto musicale che non va in direzione nostalgica, all’indietro, ma piuttosto procede convintamente in avanti; e allora: Que viva bandido! Que viva Gangaceiro!  

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