Dietro il nome d’arte di edera si cela Margherita Ferracini, cantautrice e polistrumentista torinese e figura centrale del nuovo fermento indipendente della città. Margherita si muove tra generi e collettivi: voce e chitarra della band Irossa, è anche tra le menti dietro il festival Vertebre, nato per dare spazio ai giovanissimi della scena locale.
Nei suoi due EP – Abitudini e Stomaco – edera ha dimostrato di avere qualcosa di profondamente magnetico nel modo in cui abita lo spazio intimo della scrittura. La sua musica si muove in una dimensione sospesa ed onirica, con un’elettronica intima e raffinata, ricca di suoni organici e campionamenti quotidiani. Stomaco, in particolare, è un viaggio sensoriale che parte dal centro esatto delle emozioni.
In un momento in cui Torino vede i suoi presidi culturali storici, come il Comala e l’Askatasuna, affrontare trasformazioni incerte e chiusure forzate, la musica di edera si arricchisce di radici che cercano nuovi modi per “germogliare” nel cemento di una città che, nonostante la lentezza, continua a muoversi nel sottobosco.
Abbiamo chiacchierato con lei per farci raccontare la nascita di questo percorso e cosa significhi, oggi, cercare la propria voce tra le nuvole e la realtà di una Torino che cambia pelle.
Partendo dall’inizio, come e quando nasce il progetto edera?
Edera nasce nel 2022 con l’EP Abitudini, realizzato in uno studio di registrazione qui a Torino. È nato come uno sfogo, dalla voglia di produrre tutto ciò che era rimasto trattenuto durante il periodo del COVID, in quei mesi di reclusione passati costantemente chiusi in casa.
E come convive questo progetto solista con lei Rossa? Sono due lati della stessa scrittura oppure sono due identità con bisogni diversi?
Un po’ entrambe le cose. Edera è un progetto molto più personale, anche a livello di scrittura: è più metaforico, si sofferma sui dettagli di una scena, su una dimensione più intima. Alcuni testi che avevo inizialmente scritto per edera li ho poi scartati e ricreati con le Irossa perché erano un po’ troppo tristi o forse un po’ troppo malinconici; quindi, li ho ripresi e li ho ricostruiti con il gruppo. Il rapporto con le Irossa, dunque, è di convivenza, ma anche di distinzione, perché i due progetti sono uno l’opposto dell’altro.
Se dovessi raccontare Edera senza usare un genere musicale, ma con un’immagine o una sensazione, cosa sceglieresti?
Probabilmente sceglierei una casa. Una casa un po’ spaziosa, con tantissime finestre e molte piante. Un ambiente non impolverato, con molto legno, e dove il meteo fuori è sempre piovoso.
I tuoi brani sono sempre poetici e sospesi. Quando scrivi, da dove parti di solito: un’emozione, una parola o una melodia?
In realtà parto da entrambe le cose. A volte dipende da una situazione specifica in cui mi capita di scrivere, o un certo evento. Quando ero piccola mia madre mi raccontava un sacco di storie fantastiche inventate da lei, e la cosa bella di quando inventi storie è immaginarsi i dettagli di una scena precisa. Solitamente, quindi, parto dalla melodia, perché poi mi è più facile cercare di approfondire il testo attraverso di essa, però capita che anche le parole arrivino prima.
Che rapporto c’è tra il testo e la produzione nel tuo lavoro, contando anche la tua stretta collaborazione con Lorusso?
Quando facevo il primo EP, Abitudini, avevo voluto usare molti campioni organici: finestre che si aprono, porte, passi, per cercare di portare chi ascolta dentro la storia che volevo raccontare. Ho voluto coinvolgere Lorusso nel disco perché tempo fa fece un EP che mi colpì molto proprio perché usava suoni campionati, come il rumore delle carte; insomma anche lui usava suoni molto organici, quindi è stato un colpo di fulmine artistico. Alla fine, nonostante siamo molto diversi, siamo simili nella visione di questo tipo di produzione e della ricerca di suoni.
A proposito di organicità e di fisicità, hai deciso di intitolare il tuo EP Stomaco: come mai proprio questo nome?
Perché credo che lo stomaco sia il centro delle emozioni. Quando provo disagio, paura o divertimento, è lì che sento tutto perché è lo stomaco che mi va vivere tutte quelle emozioni: se ho paura mi viene il mal di pancia, se sono felice inizio a ridere per quel motivo. Attraverso le storie che racconto nell’album, Stomaco rappresenta una sorta di reazione viscerale a quello che succede.
Nella mia recensione ho parlato di Stomaco come di un ingresso nel tuo mondo (etimologicamente significa anche “porta”). Ti ritrovi in questa lettura o senti che l’EP mostri solo un frammento parziale di ciò che sei?
Sì, mi ci ritrovo. Nel senso che volevo che questo disco fosse il più rappresentativo possibile rispetto alla mia persona e a ciò che sono e che cercasse di mostrarla metaforicamente, dato che una persona non si può mai capire fino in fondo. Penso che sia un buon modo per presentarsi.
E c’è un brano che ti rappresenta più degli altri in questo EP?
Probabilmente in lei. È un brano che ho scritto partendo dal fatto che sono costantemente con la testa tra le nuvole. Mi rappresenta molto perché descrive quel momento in cui mi distraggo e vado completamente in un altro mondo; in lei è proprio quell’istante in cui capisco che “non ci sono più”, ma non è una cosa negativa: sto solo vivendo un’altra parte di me.
Questo tuo essere “tra le nuvole” è quello che, quando ti ascolto, io percepisco come il tuo essere eterea, forse per la voce delicata, per l’oniricità delle melodie. È qualcosa che fai consapevolmente o ti viene semplicemente naturale?
Mi viene naturale. All’inizio cercavo quasi di forzare la direzione verso quell’estetica, poi ho capito che fa proprio parte del mio comportamento e della mia personalità, quindi ho smesso di forzarla e ho lasciato che emergesse da sola.
E per quanto riguarda invece la realtà della tua città, Torino sta vivendo cambiamenti importanti tra Askatasuna e Comala. Come vive un’artista emergente la chiusura e la trasformazione anche di questi presidi culturali? C’è spazio ancora per germogliare?
Quello che succede ad Askatasuna e al Comala mi sta particolarmente a cuore perché sono posti che ho vissuto e che sono stati il punto di partenza per molti miei progetti. Riguardo al Comala, in particolare, ho molta paura di quello che potrebbe succedere, soprattutto con una startup che mira solo al profitto invece di dare spazio e fiducia alle persone che vogliono solo creare e comunicare. Tuttavia, penso che ci sia ancora spazio altrove perché c’è un movimento che sta cercando di farsi largo. Io stessa faccio parte di un festival che si chiama Vertebre, dove aiutiamo le band dei licei o gli artisti che cercano un proprio spazio a Torino per esprimersi senza paura e senza dover pagare per farlo. Questo ha spinto altri ragazzi a creare nuovi festival, a “ramificarsi” nella città. Nonostante Torino a volte sia lenta o un po’ nascosta, qualcosa continua a muoversi.
Dopo Stomaco, senti di essere solo all’inizio o hai già chiaro dove vuoi portare edera nei prossimi mesi?
Sto ancora cercando di capire. Diciamo che sono nella fase iniziale, quella in cui presento un progetto e dico: “Ok, questa posso essere io”. Credo sia bello quando un’artista può sperimentare, andare oltre i propri limiti e vedere l’altra faccia della medaglia. Sto cercando me stessa e scrivendo un nuovo EP: è un processo lento e ancora “immaturo”, proprio perché sto cercando di trovarmi in un modo nuovo.
Articolo a cura di Emma Salone

Fin da piccola appassionata di cantautorato e, forse per questo, per me un bel testo viene prima di tutto. La musica, in fondo, è la forma più naturale di catarsi.
