Luglio 17, 2026
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Il nuovo album di Morrissey, Make-Up Is a Lie, arriva dopo un lungo silenzio discografico, a sei anni di distanza da I Am Not a Dog on a Chain, e si presenta come un’opera complessa e riflessiva. Il disco, in uscita il 6 marzo, non è solo un ulteriore capitolo della carriera del musicista britannico, ma anche un affresco di un uomo che, consapevole del suo invecchiamento e della sua posizione di outsider nel panorama musicale, affronta il peso del tempo e della fama in maniera scomoda e provocatoria.

Con il suo ormai inconfondibile tono di voce, che appare appesantito e meno agile, Morrissey non perde però la sua irriverente essenza. Nonostante una parte della critica si stia ancora interrogando sulla qualità della sua scrittura, Make-Up Is a Lie si distingue per la sua combinazione di rabbia, ironia e per una forte dose di autocoscienza. Come suggerisce il titolo, il disco è un atto di smascheramento, un’esplorazione delle illusioni del successo e del mondo che lo circonda. La voce di Morrissey potrebbe sembrare più stanca, ma il messaggio che trasmette è ancora quello di un uomo che si sforza di rimanere fedele a sé stesso, pur sapendo che il suo ruolo nel mondo musicale sta cambiando.

Le tracce si riflettono sul tema della solitudine e dell’autoaffermazione, esprimendo un miscuglio di disillusione e resistenza. Il brano d’apertura, You’re Right, It’s Time, è emblematico in questo senso: Morrissey canta della necessità di esprimersi liberamente, senza subire la censura della modernità. “Voglio stare alla larga da chi fissa uno schermo tutto il giorno”, canta, evocando una riflessione sul mondo attuale e la sua dipendenza dalla tecnologia.

In Make-Up Is a Lie Morrissey sembra dare voce alla frustrazione di chi, con l’età, vede il mondo cambiare intorno a sé, ma non accetta passivamente tale mutamento. La canzone che dà il titolo all’album è un misterioso racconto di una donna e della sua tomba, simbolo di una riflessione più profonda sulla morte e sulla vanità della vita. E, nonostante un paio di testi che appaiono meno incisivi (come nel caso di Notre-Dame, che accenna senza approfondire troppo al devastante incendio della cattedrale parigina), l’album si distingue per una scrittura che non ha paura di esporsi, anche a costo di risultare poco convenzionale.

Il disco presenta anche alcune composizioni musicalmente intriganti, come The Monsters of Pig-Alley, che chiude l’album in maniera emozionante, con una chitarra acustica che evoca una dolce nostalgia. Morrissey non ha paura di sfidare le aspettative, sia musicalmente che tematicamente, mentre gioca con l’idea di essere un “disturbatore della quiete”, un artista che sa bene che la sua arte non dovrà mai cercare di piacere a tutti. C’è una consapevolezza triste e rassegnata che pervade l’intero lavoro, ma anche una sorta di eleganza malinconica in tracce come Many Icebergs Ago, dove il tempo che passa viene misurato simbolicamente dal consumo di alcol in un pub, un luogo che diventa metafora della memoria e del passato.

In conclusione, Make-Up Is a Lie è un album che non cerca la perfezione, ma che si arrende al suo stesso divenire. La personalità di Morrissey emerge con forza, un uomo che sa bene che la sua carriera è ormai nel tramonto, ma che non ha paura di esprimere se stesso, anche quando ciò significa affrontare il suo stesso declino. Non un disco da inserire nelle classifiche dei migliori dell’anno, forse, ma sicuramente un’opera che continua a provocare e a lasciare il segno, come solo un artista della sua caratura può fare.

Articolo a cura di Angela Todaro

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