Febbraio 15, 2026
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Il 9 gennaio 2026, all’Hiroshima Mon Amour di Torino, gli Otto Ohm hanno trasformato un concerto in una dichiarazione di poetica. Una festa per i venticinque anni dal primo disco, certo, ma soprattutto la dimostrazione che esiste una linea cantautorale alternativa, laterale e resistente, che ha attraversato gli ultimi decenni della musica italiana lasciando segni profondi, anche quando non faceva rumore.

Il collettivo romano guidato da Andrea “Bove” Leuzzi è salito sul palco con la naturalezza di chi non ha mai avuto bisogno di rincorrere nulla. Dub, reggae, elettronica gentile e pop cesellato convivono da sempre nel loro suono, e dal vivo questa miscela continua a funzionare perché poggia su una scrittura solida, riconoscibile, figlia di una tradizione cantautorale che ha saputo contaminarsi senza perdere identità.

La scaletta ha tenuto insieme passato e presente con intelligenza: i brani storici, quelli che nei primi anni Duemila avevano aperto un varco diverso nel panorama indipendente italiano, hanno dialogato senza attriti con le canzoni di “Supernova” (2025), il disco del ritorno. Un album che dal vivo conferma quanto già emerso dalle recensioni: gli Otto Ohm non sono cambiati, semmai hanno messo a fuoco. Il loro è un suono apparentemente leggero, quasi scanzonato, che accompagna testi densi, mai banali, capaci di raccontare relazioni, disincanto e consapevolezza con una lucidità rara.

Quando arrivano pezzi come “Fumo denso” o “Telecomando“, il pubblico – eterogeneo per età e percorsi – risponde compatto. È qui che si coglie il senso di questi venticinque anni: una musica che ha seminato più di quanto sembri, influenzando una generazione di ascoltatori e artisti abituati a cercare profondità fuori dai riflettori principali. Non a caso, lungo la storia degli Otto Ohm, le collaborazioni (come quella con Daniele Silvestri) sono sempre state incontri naturali, mai operazioni di facciata.

“Supernova nasce in montagna, il meglio di dieci anni di lavoro fra i palazzoni soffocanti”: questa frase di Leuzzi sembra riecheggiare per tutta la sera. Il concerto all’Hiroshima Mon Amour restituisce proprio questa tensione continua tra isolamento e condivisione, tra introspezione e collettività. Una band nata in uno studio casalingo che, ancora oggi, sa far sentire ogni club come casa.

Alla fine, più che una celebrazione nostalgica, il live degli Otto Ohm è stato la conferma di una traiettoria coerente. Una cantautorale elettrica e obliqua che ha segnato la musica presente senza mai chiedere permesso. E che, a giudicare da Torino, non ha nessuna intenzione di spegnersi.

Articolo a cura di Angela Todaro

Photo Credits: Emanuela Trossero

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